La voce rossoblu. Casertana, quando il calcio deve fermarsi

I falchetti scenderanno in campo domenica col Gaeta per recuperare la partita rinviata

 

“The show must go on”. Troppo spesso si dice così. Ma questa volta la spietata regola dello spettacolo ha lasciato spazio al silenzio. Tutte le partite sono state rinviate, si è deciso di non giocare difronte alla prematura scomparsa di Piermario Morosini, giovane centrocampista del Livorno, accasciatosi al suolo sabato 14 aprile in Pescara-Livorno.

Purtroppo non è la prima volta che capita un episodio del genere, il destino ha strappato via alla vita più atleti, e non solo di calcio. Eppure questa volta, vuoi per la gravità della situazione, vuoi per la drammatica esperienza di vita vissuta dallo sfortunato Piermario, non ci si è pensato più di tanto nel fermare lo spettacolo del calcio, questa grande macchina del business troppo occupata a macinare visibilità e denaro e troppo poco attenta allo sport e al significato da attribuire ad esso.

Una domenica di “pausa di riflessione” ? Magari. Avrebbe allora un significato la morte del giovane Morosini, avrebbe un suo recondito scopo. Potrebbe dare a noi tutti l’opportunità di fermaci a pensare cosa è diventato quello che è nato come lo “sport della gente” e che è finito per diventare lo sport dei diritti televisivi, del calcio-scommesse e degli sponsor. Potrebbe darci l’opportunità di capire che si può scendere in campo per passione, per divertirsi e per conseguire un sogno, proprio come stava facendo il “Moro”.  Potrebbe farci capire che ci sono milioni e miliardi di bambini che vorrebbero un giorno poter calcare palcoscenici importanti; milioni e miliardi di bambini che vedono i loro beniamini dietro il vetro di una televisione, pensando che corrano e sudino per una maglia, per una passione, per un’ideale, e non per i soldi. Potrebbe farci capire che la visibilità di cui gode il calcio potrebbe aiutare ad educare questi bambini e portarli a masticare calcio per amicizia e per fratellanza, per spirito puramente sociale e culturale.

E non si pensi che il lerciume del calcio riguardi solo “i grandi” e non il mondo dilettantistico, quello in cui ahinoi la nostra Casertana milita da ormai troppo tempo. A maggior ragione negli scenari regionali, dove i controlli sono minori, il calcio è  figlio di combine e pastette, di minacce e bustarelle.

Sarebbe bello se questa pausa di riflessione fosse servita a tanto. Ma purtroppo la paura è che ormai il sistema sia troppo grande per essere fermato, troppo sporco  per poter essere rieducato. E forse, l’unica speranza potremmo essere proprio noi tifosi, innamorati di una maglia, innamorati dei colori, innamorati di una fede. Siamo noi che dovremmo lanciare un segnale e dire “basta”  a questo calcio che non ci appartiene più, perché se il calcio non è più del popolo, ma è di chi lo governa e lo gestisce a scopo di lucro, allora perde la sua essenza, non è più sport.  Solo così la memoria di Morosini sarebbe onorata e ricordata a dovere.

Domenica la Casertana recupererà la partita contro il Gaeta, poi mercoledi sarà di scena a Martina Franca, ancora una volta senza i propri tifosi, causa l’obbligo di porte chiuse per le partite interne del Martina stesso comminatogli dal Giudice Sportivo al seguito dei fatti col Grottaglie. Giusto per ricordare quello che il calcio è diventato.

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