Il fenomeno sociale, cultura Emo: narcisismo ed autolesionismo

L’habitat illusorio, stimolato dal progresso di un linguaggio bitico consumato entro solide mura domestiche, dà forma alla solitudine della finitudine umana
XXI sec. Lo shock del $ e la crisi petrolifera, senza contare disastri ambientali e attentati dinamitardi, hanno determinato un diffuso e pervasivo pessimismo, accompagnato da un’esplosione di movimenti, testi e performance su forze occulte, spiritualismo, divinazione, astrologia, che, pubblicizzati anche da fenomeni mediatici come Harry Potter e Twlight, hanno provocato un vero e proprio boom del ghotic style, diffuso specie fra gli adolescenti. Sempre più spesso, giovani studenti pronti a cavalcare i trend di una produzione volitiva che ri-definisce l’universo sociale in una processione di etichette, mode e gusti, mixano spasmodicamente cuori e teschi, peluches e pugnali, tags e Schopenhauer, occhioni sognanti e istinti omicidi. E’ la misteriosa sottocultura emo, cui persino il prestigioso Times ha dedicato due pagine d’inchiesta, mentre su internet impazzano blog che ne descrivono minutamente tutti i parafernalia: jeans stretti, t-shirt aderenti, cinture con borchie colorate, scarpe Converse o Vans, lunga frangia asimmetrica, pelle diafana, occhi truccati di nero. Qui, l’odierno trialismo giovanile, svelando rituali e totem metropolitani, esibisce un mosaico di consumi che non è più un segno omologante, bensì veicolo identitario, pratica simbolica, linguaggio condiviso e codice espressivo per eccellenza. Nonostante tragga le sue radici dalla scena hardcore punk e indie rock americana degli anni ’80, in effetti questa moda dimostra maggiori affinità con il look pop punk e melodic hardcore del decennio successivo. Eppure, al di là dell’abbigliamento, ciò che davvero colpisce dell’esercito emo boy/girl è l’analisi maniacale delle proprie emo-zioni, nonché una ferma tendenza autolesionista (emo è radice greca di sangue) accompagnata da un atteggiamento di compiacimento narcisistico. Benché aspramente criticati dai coetanei più estroversi e trendy, seguaci di griffatissimi accessori kawaii, sono proprio gli emo (accanto agli otaku) a comporre il lato meno appariscente della gioventù contemporanea, in cui l'individuo postmoderno si relaziona a se stesso e agli altri “classificando le persone in base a ciò che indossano, al loro profumo, a quello che mangiano”. L’altra faccia di una generazione vuota, preda di una paranoica confusione, che subisce l’esistenza senza alcuna connotazione di felicità, incapace di difendersi, e mira unicamente all’autodistruzione, ad una frigida bellezza di ghiaccio, è costituita da un esercito di adolescenti bui, introversi, asociali, che vivono unicamente per fumetti, skater, computer e cioccolata. Questi maniaci di manga e videogame, isolati dalla musica dei loro auricolari e del tutto refrattari ad ogni relazione sociale, testimoniano, nell’incapacità di stabilire rapporti col mondo, la perdita di ogni speranza di poter risolvere efficacemente la propria angoscia interiore e nel vagheggiamento dell’esperienza della morte, una fantasia di autopunizione e l’appagamento di un desiderio di pace e annullamento. Costantemente pungolati dall’odio per tutto ciò che percepiscono di sé, reputandosi indesiderati e inutili, incapaci di costruirsi un io a immagine e somiglianza dei modelli sociali della cultura dello spettacolo, per offuscare un’identità giudicata inadeguata o comunque inaccettabile, prima di tutto per se stessi, si rifugiano nel cyberspazio di comunità digitali come Facebook o Myspace. Così, per gli adolescenti “murati vivi” nelle proprie stanze, prostrati da un senso d’insoddisfazione e di inadeguatezza (non di rado tradotti in afasia e tentativi suicidi), la tecnologia diviene sostituto parentale con cui istaurare un legame fisiologico, capsula uterina, rifugio noto ed amichevole, pronto a soddisfare un desiderio di onnipotenza infantile: dominare il mondo e vincere la propria ansia. Perciò, se il futuro diventa un mistero angoscioso da affrontare, l’habitat illusorio, stimolato dal progresso di un linguaggio bitico consumato entro solide mura domestiche, dà forma alla solitudine della finitudine umana.

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