Gli scimpanzé sempre più simili agli umani: e se non fossimo unici?

Un nuovo studio ho mostrato comportamenti forse simbolici in alcune popolazioni di scimpanzé. Comportamenti simili a quelle dei primi umani. Potremmo solo essere andati avanti prima nell’evoluzione.

Gli scimpanzé sono i nostri parenti più prossimi, sebbene, a differenza di quanto generalmente ritenuto, non sono nostri avi. Hanno invece condiviso con noi buona parte dell’evoluzione, fino ad un antenato in comune dal quale la storia evolutiva si è divisa in due rami diversi.

Studiare i loro comportamenti è quindi un po’ come studiare cosa sarebbe successo all’uomo se avesse seguito un percorso evolutivo leggermente differente, così da capire quanto le nostre peculiarità rispetto agli altri esseri viventi siano davvero uniche ed irripetibili.

In quest’ambito uno dei campi che maggiormente si sta evolvendo è quello dello studio “archeologico” dei resti lasciati dalle comunità di primati, che sono tra le poche specie in grado di utilizzare pietre, pezzi di legno ed altri oggetti per ottenerne un beneficio (come, ad esempio, per rompere un guscio duro). Come succede anche negli umani, lo sfruttamento di risorse genera l’accumulo di “scarti”, come possono esserlo pietre alla base di un albero di frutti prelibati, da studiare poi in seguito (proprio come si fa con l’archeologia propriamente detta).

Un nuovo studio relativo a differenti popolazioni di scimpanzé presenti in Liberia, Guinea e Guinea Bissau ha però messo in luce un comportamento davvero strano e non comune a tutti gruppi osservati. Tramite l’utilizzo di videocamere si è notato un rituale apparentemente senza scopi pratici: gli scimpanzé, soprattutto maschi, si avvicinavano ad un albero alla cui base (o al cui interno) era presente un accumulo di pietre e, raccogliendone una, la lanciavano nella cavità o la sbattevano sul tronco, spesso accompagnando questo gesto ad una sorta di urlo (sempre simile).

I ricercatori coinvolti nello studio non hanno fatto mistero di essere rimasti estremamente sorpresi da questa scoperta, anche perché, a loro avviso, non è possibile legarla a nessuna caratteristica genetica particolare, essendo diffusa a macchia di leopardo in gruppi geograficamente (e quindi geneticamente) contigui.

La spiegazione è da ricercare certamente in una mutazione sociale la cui causa iniziale non è ancora ben chiara, sebbene gli studiosi ne abbiano proposte due. La prima è quella meno “rivoluzionaria” e prevede l’evoluzione di un normale rituale maschile, che in altre parti viene effettuato con il battito delle mani e che in questi casi, probabilmente per essere udito a maggiori distanze, sfrutta il rumore prodotto dall’urto della pietra contro l’albero.

Tenendo in considerazione che in alcuni casi anche degli esemplari di femmina sono stati visti ripetere questo rituale i ricercatori non hanno avuto timore di azzardare una ipotesi del tutto fuori dagli schemi, ovvero quella di aver osservato, per la prima volta nella storia, un comportamento animale totalmente simbolico, privo, cioè, di funzionalità pratica e del tutto simile ai comportamenti riscontrati nei primi esseri umani, che utilizzavano un accumulo di pietre per identificare alberi “sacri”, generalmente posizionati in luoghi cardine del territorio da loro abitato.

È ancora presto per sbilanciarsi in maniera definitiva, anche perché solo altre osservazioni, definite in maniera più mirata anche sulla base di questo studio, potranno portare a privilegiare una delle due ipotesi, ma adesso pensare che altre specie animali possano essere in grado di seguire una strada del tutto simile a quella umana potrebbe non essere più un’idea senza fondamento.

E questo ci farebbe l’unicità e la supremazia che da sempre ci attribuiamo, non di rado giustificata con la religione.

Da uomo di scienza, ma comunque credente, non ho mai potuto fare a meno di pensare a quanto realmente ciò in cui crediamo provenga da una divinità o da un percorso evolutivo: probabilmente la scienza non sarà mai in grado di rispondere in maniera adeguata e forse per questo motivo il credente è contraddistinto dall’avere fede (ovvero credere a qualcosa anche senza averne le prove), ma anche in questo caso resto sbalordito per i progressi che si compiono nella conoscenza.

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