Con - Scientia. Il Brexit e la sindrome da condivisione folle

Vi spiego perché, secondo me, la situazione ci sta sfuggendo di mano. Non roviniamo ciò che di buono è stato fatto negli ultimi cinquant’anni

Questa settimana, sebbene sia difficile pensare che un argomento del genere possa rientrare tra quelli trattabili da una rubrica di divulgazione scientifica, ho deciso che parlerò di Brexit, ovvero della volontà espressa dal popolo britannico di uscire dall’Unione Europea.

Premetto, a scanso di equivoci, che, non avendo alcun titolo per fare un’analisi geopolitica, questo pezzo non sarà nulla del genere: chi è quindi alla ricerca di ciò può tranquillamente chiudere la pagina e tornare su Google a cercare qualcosa di più affine.

Questo è uno sfogo di una persona che da anni si batte per mostrare a tutti il bello della scienza e della conoscenza in senso lato, ma che, forse per la prima volta, si rende conto che quello che è iniziato sui social network come un innocuo passatempo sta iniziando a condizionare pesantemente le nostre vite.

Un tempo come fonti di informazione c’erano i giornali e la TV, mezzi che necessitavano di svariati controlli prima di essere in grado di diffondere una notizia e che quindi avevano anche il limite di essere manipolabili da chi deteneva il potere.

Poi l’avvento di internet ha dato la possibilità a tutti di farsi sentire e di dire la propria, pagando però il prezzo di una incontrollabilità dell’informazione: se ognuno può scrivere ciò che vuole nessuno sa più chi sta dicendo la verità.

E la cassa di risonanza di tutto ciò è venuto poi dai social network, il cui principe è diventato Facebook, dove i contenuti ironici e satirici hanno iniziato a spopolare fin da subito, fino a diventare un vero e proprio cancro, perché non è possibile che ci sia gente talmente stupida da condividere un attacco a Renzi per il motore del suo aereo di Stato costato svariati miliardi (e che si vede subito non essere un motore di aereo – che sono cilindrici e con la turbina… li vediamo sempre sotto le ali!) o che ciclicamente condivide aggiornamenti di stati virali nei quali si parla di Facebook che diventerà a pagamento.

E non vi parlo di persone senza cultura, ma anche di professionisti affermati e, a volte, impegnati in politica.

Quando poi a condivisioni del genere, tutto sommato talmente stupide da essere innocue, si iniziano a sommare gli attacchi contro gli immigrati rei o di aver commesso qualche crimine o di non accettare la pasta del discount (puntualmente condivisi da siti noti per diffondere notizie false e guadagnare sui click ricevuti), le frasi dei politici del passato estrapolate ed usate a proprio piacimento e le cure innovative che nessuna azienda farmaceutica metterà mai in commercio, le cose diventano ben più serie e si sfocia quasi nel criminale.

Leggendo dei risultati del referendum britannico mi sono sentito quasi parte di una minima parte della popolazione mondiale che vive fuori dalla realtà, quella di chi ha voluto accedere ai livelli di istruzione più elevati e che non si è accontentata di accettare le spiegazioni degli altri, volendo andare a studiare ogni singola cosa che incontrava durante la propria vita.

Ma non può essere così; non può essere che il sogno dell’Europa unita, tanto agognato da secoli, iniziato a vivere per la prima volta nel XVII secolo in chi aveva la possibilità di dedicare anni al “Grand Tour” e poi diventato realtà negli ultimi decenni, debba svanire per colpa di una disinformazione gestita ad arte da chi a scopo di lucro mette in giro commenti e link falsi, tendenziosi e dannosi.

Con questo non voglio criticare la scelta dei cittadini britannici, che hanno agito in piena democrazia ed il cui voto è da rispettare, ma voglio mettere un’allerta massima su quanto succede nelle nostre vite virtuali: quello che è iniziato come un gioco sta diventando un serio rischio per la pace nel mondo.

Quello che i politici illuminati dell’immediato secondo dopoguerra sono riusciti a mettere in piedi si sta disfacendo per colpa di una massa di persone che, appena ottenuta la possibilità (mai avuta nei millenni di storia umana) di avere accesso alle informazioni senza filtri, ha dimenticato a casa il buon senso di interpretare ciò che si legge. Nessuno pensa più che quello che sta condividendo è palesemente una idiozia o una falsità e così le bufale più assurde diventano realtà nel giro di mezza giornata (a volte rilanciate anche su vere testate giornalistiche).

Non vi so dare una soluzione immediata a questo sfacelo che sta avvenendo, ma vi chiedo semplicemente di usare i mezzi informatici consapevolmente, senza pensare che quello che succede su Facebook resta su Facebook. Perché stiamo riuscendo a rovinare tutto ciò che di buono è stato fatto nella seconda metà del ventesimo secolo.

E vi assicuro che non è stato poco poter abbattere le frontiere, poter gestire enormi quantità di denaro in maniera comunitaria, così da ridistribuirla in modo utile, essere in grado di girare per tutta Europa senza la necessità di avere un passaporto e poter lavorare in ogni Paese membro dell’Unione senza richiedere visti.

In un mondo globalizzato come il nostro isolarsi non può che essere un male e Paesi senza materie prime, come quelli Europei, i cui unici beni sono quelli immateriali della cultura, hanno la necessità di coalizzarsi, per reggere all’impatto contro i colossi che stanno sorgendo (Cina e India in primo luogo) e per fronteggiare i pericoli del terrorismo che sempre di più incombono.

Pensiamo prima di condividere… non ci costa nulla. 

 

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