Con-scientia. Kepler, la statistica e altre forme di vita

Ecco come una singola missione spaziale ha permesso di fare un balzo enorme verso la consapevolezza di non essere soli nell’Universo

Se c’è una missione spaziale che ha cambiato radicalmente il nostro modo di vedere l’universo questa è sicuramente Kepler/K2 della NASA (il doppio nome si riferisce al cambio di obiettivo determinato da un’avaria avvenuta dopo tre anni di funzionamento). E questo perché, dopo circa quindici di osservazioni da Terra di sistemi planetari extrasolari, è stato il primo strumento in grado di “alzare l’asticella”, promettendo di trovare un gemello della Terra in orbita ad una stella simile al Sole.

La promessa è stata mantenuta, quando l’anno scorso una simile scoperta è stata annunciata, ma grazie a Kepler la conoscenza dei sistemi extrasolari è andata ancora oltre, portando a più di tremila il numero di esopianeti accertati (numero che prima della sua entrata in funzione non arrivava a mille).

Questi risultati, raggiunti ora anche grazie ad una nuova tecnica di analisi basata sulla statistica che permette di abbassare notevolmente il numero di false rilevazioni annoverate nel computo degli esopianeti, hanno davvero modificato totalmente le nostre conoscenze sulla formazione di pianeti intorno ad altre stelle.

Se infatti fino a vent’anni fa pensare a sistemi extrasolari era considerato filosofia, e se dieci anni fa si riteneva che i pianeti simili alla Terra fossero una vera eccezione nell’universo, ora sappiamo che la formazione di pianeti è talmente naturale che è molto probabile ci siano più pianeti che stelle nella Via Lattea. E di questi pianeti un numero sempre maggiore è delle dimensioni della Terra, con evidenti conseguenze sullo studio della sviluppo della vita.

Tanto è vero che un nuovo lavoro, usando uno sviluppo della famosa equazione di Drake relativa alla probabilità di sviluppo di civiltà tecnologiche oltre la nostra, ha ottenuto dei risultati strabilianti: è altamente improbabile che siamo la prima civiltà tecnologica mai evolutasi nell’universo.

L’equazione di Drake è nata negli anni ’60 quando Francis Drake descrisse in maniera matematica le condizioni grazie alle quali avremmo potuto capire quante civiltà tecnologicamente evolute fossero esistite contemporaneamente alla nostra, prendendo in considerazione sia parametri astronomici (come il tasso di formazione stellare e la quantità di pianeti per ogni stella), sia parametri relativi allo sviluppo della civiltà.

Se all’epoca solo il parametro relativo al tasso di formazione stellare era conosciuto, oggi grazie a Kepler conosciamo con un buon dettaglio gli altri parametri esoplanetari, perché è praticamente ovvio che c’è almeno un pianeta per ogni stella e sappiamo che circa il venti percento dei pianeti può essere considerato nella fascia abitabile della propria stella.

Inserendo questi parametri è venuto fuori che, come dicevano i BluVertigo “è praticamente ovvio che esistano altre forme di vita” (o che perlomeno siano esistite nei quattordici miliardi di anni dell’universo).

Non li abbiamo ancora trovati e forse non li troveremo a breve, ma quello che dieci anni fa era fantasia ora sta diventando scienza, anche se in ogni equazione di questo genere mancherà sempre la conoscenza sulla probabilità di sviluppo di civiltà, essendo noi l’unico esempio che conosciamo.

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