Terra dei Fuochi: le istituzioni iniziano ad ascoltare la scienza, ma il popolo?

La Regione Campania avvia una sinergia con gli studiosi capaci di fornire la giusta chiave di lettura per chiudere un brutto capitolo campano. Un’ottima notizia, guastata, però, dalla incredulità di alcuni

Napoli - La Campania è malata, ma la causa della sua malattia non può essere ancora identificata in maniera univoca: questo il risultato venuto fuori dall’incontro tra studiosi di vari campi impegnati nella risoluzione della questione “Terra dei Fuochi” ed esponenti di spicco della politica regionale dediti alla stessa missione.

Dopo anni nelle quali le istituzioni hanno (poco) ascoltato tante grida disperate dei genitori a cui non restava altro se non piangere i propri figli, oggi finalmente, grazie a Gianpiero Zinzi, Presidente della Commissione Terra dei Fuochi della Regione Campania, ha deciso di dare voce a chi può dare una mano mettendo le evidenze scientifiche al primo posto.

E lo fa partendo da Paola Dama e dalla sua “Task Force Pandora”, che, ormai quasi tre anni fa, ha iniziato una campagna volta ad indagare le problematiche ambientali dell’area tra Napoli e Caserta, provando anche a sfatare tanti falsi (e tristi) miti che la stampa nazionale ha spesso usato per infangare la salubrità dei prodotti agricoli campani, nonostante già prima che la questione “Terra dei Fuochi” diventasse “di moda” dati indipendenti, raccolti dalla COOP, ne mostravano l’assoluta affidabilità.

Ma ciò non basta a renderci credibili agli occhi del mondo, fin quando non ci sarà un controllo del territorio condotto in maniera costante, che elimini i cumuli di spazzatura abbandonati ai margini di fondi agricoli, boccone più che ghiotto per reporter in cerca di scoop. Nonostante, dati scientifici alla mano, questi cumuli non siano in grado di contaminare in alcun modo la terra sottostante, tanto che solo 21 ettari su 50 mila analizzati nell’agro-aversano sono risultati non adatti alla coltura.

La questione non è di semplice gestione, anche perché, al pari di come succede per la fisica con la meccanica quantistica, ciò che ci si aspetterebbe di trovare viene spesso smentito dai dati raccolti sul campo.

Per questo motivo i relatori coinvolti nell’incontro di venerdì scorso stanno dimostrando di voler utilizzare tutte le tecniche messe a disposizione dal progresso tecnologico e scientifico pur di raggiungere l’obiettivo di capire cosa realmente avvelena questo pezzo d’Italia.

Come fa chi coordina il Registro Tumori dell’ASL Napoli 3, che stanno suddividendo i dati, invece che in macro-aree, come da disposizioni di legge, fin nei dettagli catastali utilizzando software per analisi geografiche per scovare dove davvero l’incidenza tumorale è più alta, pur senza poter eliminare l’enorme incertezza dovuta alle lacune del sistema sanitario regionale.

Fino a ribaltare totalmente la questione, perché, se le campagne non sembrano soffrire più di tanto la gestione scellerata dei decenni addietro (e non di quelli futuri, si spera), ci si è chiesti se il problema della “Terra dei Fuochi” non fosse da ricercare proprio nei fuochi, piuttosto che nella terra. E quindi ci si è rivolti a chi studia le dinamiche atmosferiche per individuare i metodi più adatti ad identificare aree di inquinamento dell’aria, ricollegabili ai roghi di rifiuti (non necessariamente “speciali” o “pericolosi”) innescati in modo incontrollato e senza soluzione di continuità.

Esperti di queste tematiche in Campania non mancano, dal CNR di Ercolano, che ha ideato diversi progetti per lo studio analitico della qualità dell’aria mediante un sistema combinato di misure e modellistica, fino all’Università Parthenope, che vanta una esperienza di grande livello proprio nello sviluppo di modelli matematici per la previsione della qualità dell’aria.

Modelli che possono essere di enorme aiuto agli amministratori locali nella gestione della propria zona di competenza, non solo permettendo di conoscere in anticipo quando i livelli di inquinamento potrebbero superare i limiti imposti per legge, ma anche per effettuare una programmazione sensata, abbinata, di nuovo, ad un rigoroso controllo del territorio.

Dalle parole del Presidente Zinzi è emerso un impegno nel voler porre questo incontro non come punto di arrivo, ma come base per una collaborazione futura sempre più stretta tra istituzioni e mondo della ricerca, con la consapevolezza che solo un vero approccio scientifico è in grado di mostrarci la strada da percorrere.

E per questo fa male (almeno a me personalmente) notare che, tra le persone presenti in aula, quelle direttamente coinvolte per la perdita di un parente a causa di un male probabilmente ricollegabile a questa crisi, la gran parte abbia deciso di andar via, anche in modo polemico, quando l’attenzione dei relatori si è spostata dalla terra all’aria, dimostrando, ancora una volta, la presenza di quel “pregiudizio di conferma”, di cui abbiamo parlato in altre puntate della nostra rubrica. 

Pregiudizio che rende difficile, se non impossibile, la comunicazione tra gruppi di persone con convinzioni differenti ed al quale non è totalmente immune, c’è da dirlo, nemmeno il mondo scientifico. Questo ha però sviluppato un antidoto non di poco conto basato sul metodo scientifico, secondo il quale soltanto la dimostrazione inconfutabile di una teoria sulla base di dati certi rende questa vera, a prescindere dalla rilevanza di chi quella teoria la caldeggia.

In altre parole, seguendo il metodo scientifico, sarà possibile convincersi in maniera razionale e basandosi su motivazioni fondate, abbandonando quella fase di persuasione (fondata sull’emotività e per questo volubile) che ha spinto tutto il mondo a dedicare attenzione alla “Terra dei Fuochi”.

Questa strada non sarà breve, perché per arrivare alla verità non ci sono scorciatoie, ma, a differenza di altre, permetterà di scoprire il male originario della Terra dei Fuochi, così da debellarlo senza sprecare risorse in battaglie contro i mulini a vento.

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