Umberto Eco e la sua teoria sulla inutilità dei social network vera come non mai

Studi scientifici ed esperienze dirette dimostrano che la possibilità di parlare al mondo non è salutare come si poteva pensare. Ed è forse giunto il momento di punire i colpevoli

Voglio approfittare della recente scomparsa di Umberto Eco per sviluppare un suo pensiero riguardante la visibilità che i social network, e l’accesso ad internet in genere, danno a chiunque voglia esprimere le proprie opinioni rendendole raggiungibili a tutto il mondo.

Il grande scrittore e filosofo aveva una volta detto che questa possibilità, contrariamente a quanto si sarebbe potuto aspettare, non ha portato un giovamento alla società. Al contrario chiacchiere senza senso che qualche decennio fa non sarebbero state udite al di fuori di un qualunque bar di paese acquisiscono spesso grande rilevanza sociale.

L’opinione di Eco è vera, tanto che diversi studi, condotti principalmente dal gruppo di ricerca interdisciplinare guidato da Walter Quattrociocchi, hanno dimostrato che la disponibilità di fonti differenziate non spinge affatto gli individui a cercare la verità, visto che ogni gruppo si chiude sempre di più in se stesso, rifiutando di leggere documenti contrari alle proprie tesi preconcette.

E così ci siamo trovati nel giro di pochi anni ad avere le nostre bacheche social invase da link “acchiappa-click”, con titoloni roboanti, allarmistici, ma privi di fondamento scientifico, al pari del contenuto dell’articolo collegato.

Ogni giorno ci troviamo a leggere del “batterio dell’AIDS” inoculato nelle banane (dovrebbe essere un virus e poi di HIV, non di AIDS), di rivelazioni clamorose da condividere immediatamente prima che il “grande occhio” che governa la rete blocchi il tutto (salvo poi imbatterci negli stessi contenuti ancora dopo anni) e via discorrendo.

E, come dimostrato dallo stesso gruppo di ricerca citato in precedenza (e di cui Con-Scientia vi ha già parlato anni fa), tentare di informare correttamente chi è preso dalla “febbre della condivisione” equivale spesso a peggiorare la situazione, portando la discussione a livelli non sopportabili.

Sulla base di queste ricerche, ed anche della mia esperienza ormai pluriennale nell’ambito della divulgazione online, concordo nel non forzare la mano a chi si bea di condividere contenuti senza senso, ma, allo stesso tempo, credo che varrà sempre la pena dialogare con chi è anche minimamente aperto al confronto. Questo perché, se far ricredere un seguace delle varie teorie complottistiche è praticamente impossibile (tanto che hanno inventato le “scie chimiche invisibili” per giustificare i casi in cui gli aerei non generano scie di condensazione, o risponderebbero che il governo americano bara quando chiede alla Apple di fornirgli l’accesso agli iPhone dei terroristi, perché in realtà gli iPhone sono strumenti di controllo della popolazione) è anche vero che ogni persona in grado di vedere con i propri occhi non può non trovare fantastico il mondo che la scienza ci mostra giorno dopo giorno, soprattutto in quest’epoca di scoperte storiche in quasi tutti gli ambiti della ricerca.

Allo stesso modo, però, penso si debba trovare il modo di punire in modo adeguato le persone che fanno del “click-baiting” allarmistico la propria fonte di guadagno, come anche gli amministratori che non usano la rete in modo corretto: perché persone con un grado di istruzione basso, in assenza di un supporto da chi è in grado di comprendere la situazione reale, continueranno a credere che se un contenuto appare sul web è automaticamente veritiero. E poi, scusatemi se lo penso, nel 2016 se una persona non sa sfruttare in modo adeguato le possibilità che offre internet, non deve avere l’opportunità di guidare una comunità.

Penso, ad esempio, a quanto successo pochi giorni fa nell’area vesuviana, quando alcune scuole sono state evacuate sulla base della condivisione di un articolo che parlava di un sisma da ricollegare all’attività del vulcano partenopeo: sisma di cui non c’era traccia nel database dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (disponibile per tutti online). Dopo una giornata di ricerche una pagina Facebook dedicata proprio alla corretta informazione sul rischio Vesuvio (“Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci”) è riuscita a fare chiarezza, mostrando che la condivisione della mattina faceva riferimento ad un articolo del 2015 che riportava, effettivamente, un movimento tellurico (evento, tra l’altro, affatto strano in un area sismica): peccato che nessuno, amministratori pubblici in primis, abbia pensato di dare credito più all’INGV che ad una condivisione (di cui non avevano nemmeno letto il testo, né tantomeno la data).

Probabilmente la situazione nella quale viviamo è frutto della società che l’ha generata, piena zeppa di contrasti, ma proprio perché su internet chiunque ha il diritto e la possibilità di dire la propria, chi ha voglia (e necessità) di usare correttamente questo strumento senza precedenti nella storia, deve rinunciare alla ricerca di sensazionalismo, basando le proprie ricerche solo su siti con alle spalle esperienze certificate (come possono essere università o enti di ricerca, che ormai sono presenti in maniera massiccia online).

Altrimenti la prossima volta che abbiamo bisogno del medico bussiamo al vicino e chiediamogli che rimedio ci consiglia lui, perché le specializzazioni e gli studi non valgono più a nulla.

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