Donne e scienza, un rapporto da migliorare visti i precedenti

Pregiudizi culturali e concorrenza sleale da parte degli uomini portano le donne ad avere una scarsa presenza nei ruoli chiave della scienza. Ma la storia ci insegna che senza le donne non potremmo avere la tecnologia attuale

Nell’immaginario collettivo lo scienziato è un uomo, probabilmente in camice bianco, capelli spettinati e forse con una provetta al cui interno si trova un liquido di un colore appariscente, di composizione chimica ottenuta magari grazie a qualche intuizione geniale.

Quasi tutta questa descrizione è ormai lontana dalla realtà, visto che chi fa ricerca di professione è generalmente una persona che nella folla si nota ben poco per il suo aspetto, lavora in gruppo e riesce a raggiungere risultati, anche importanti, solo grazie a collaborazioni ed a conoscenze acquisite in anni di studio.

L’unica cosa che, nonostante siamo nel 2015, sembra essere perfettamente rispondente alla realtà è che lo scienziato è generalmente uomo, soprattutto quando si parla di personaggi che occupano posti di rilievo internazionale. E addirittura, come dimostra un recente studio condotto da L’Oreal, la realtà, in questo caso, è addirittura peggiore della percezione popolare, visto che solo l’11% delle posizioni di rilievo nella scienza sono occupate da donne, contro il 28% immaginato dagli intervistati.

Eppure le donne nel mondo della scienza sono fondamentali da più di un secolo: basti pensare a Ada Lovelace, senza dubbio il primo programmatore al mondo, o a Marie Curie, premio Nobel in due discipline diverse e senza la quale non avremmo conosciuto il mondo delle sostanze radioattive.

Andando in tempi certamente più recenti come dimenticare, da italiani, sia Samantha Cristoforetti, astronauta che ha raggiunto una popolarità senza precedenti durante lo scorso anno, o Fabiola Giannotti, a capo dell’esperimento ATLAS che al CERN ha permesso di individuare per la prima volta il bosone di Higgs.

Ma la storia è popolata anche da personaggi femminili capaci di scoperte fondamentali, anche senza mai aver fatto della scienza il proprio lavoro. Ne è un esempio Hedy Lamarr, attrice acclamata da Hollywood nella prima metà del ‘900 e famosa per la sua straordinaria bellezza, il cui nome è associato ad un algoritmo senza il quale oggi non sarebbe possibile sfruttare alcuna tecnologia radio senza fili, primo fra tutti il wi-fi, di cui oggi siamo quasi schiavi.

L’idea sembra sia nata durante una prova canora, allorquando la Lamarr, insieme al suo accompagnatore al pianoforte George Antheil, si resero conto di come voce e strumento dovessero seguire una precisa sequenza di salti di frequenza per eseguire un pezzo.

Applicando questo ragionamento alle trasmissioni radio, all’epoca estremamente elementari rispetto a quelle odierne, Antheil e Lamarr capirono che, per rendere più stabile ed anche meno intercettabile un segnale, era necessario utilizzare non una singola frequenza, ma, piuttosto, una banda più larga, all’interno della quale variare in maniera predefinita il canale utilizzato. Così facendo la maggior potenza del segnale ne diminuisce la rumorosità e, al contempo, solo il dispositivo ricevente è in grado di conoscere quale canale utilizzare di volta in volta.

La scoperta, brevettata nel 1942 come Frequency Hopping Spread Spectrum (FHSS – spettro largo a salto di frequenza), rimase nel cassetto fino a quando i militari statunitensi ne intuirono l’utilità nel 1962 durante la crisi dei missili di Cuba, dando il via ad una nuova generazione di trasmissioni radio, che, come detto, ci hanno condotto a traguardi prima inimmaginabili.

Per capire quanto la conoscenza delle scienziate donne sia diffusa vi invitiamo a visitare il nostro sito http://conscientia.altervista.org partecipando al sondaggio. Troverete alcuni nomi di donne del mondo della ricerca: potrete cliccare quella che conoscete meglio o proporre un nome nuovo attraverso i commenti o via mail.

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