Autismo e correlazioni, qualcosa si muove, ma non nel verso indicato dagli antivaccinisti

Un nuovo studio mostra come i figli di padri cinquantenni siano più a rischio. Ma nella scienza una correlazione non fa una teoria: vediamoci più chiaro.

La questione della presunta pericolosità dei vaccini diventa sempre più conosciuta e sono ormai all’ordine del giorno le cattive notizie riguardanti i casi di complicazioni (o addirittura decessi) di bambini i cui genitori avevano deciso di non far vaccinare.

Uno dei temi più caldi è quello riguardante il vaccino trivalente, ovvero contro morbillo, parotite e rosolia, da molti indicato come associato all’insorgenza di autismo. I commenti di chi incolpa questo vaccino sono quasi sempre gli stessi, ovvero genitori che parlano di bambini sani che, appena dopo la prima dose di trivalente, hanno iniziato a mostrare sintomi di autismo, peggiorando sempre di più.

Accontentandosi di ascoltare solo questa versione non ci sarebbero dubbi, anche perché i casi di cui si parla sono decine, se non centinaia, ed il decorso quasi identico in tutti; se a ciò si aggiunge la proverbiale ingordigia delle case farmaceutiche, il cui unico scopo parrebbe solo quello di fare soldi sulle spalle dei cittadini ignari, il quadro sembra ben chiaro.

Peccato che le cose non stiano esattamente così e per diverse ragioni, a partire dal fatto che le centinaia (ma anche se fossero migliaia cambierebbe poco) di casi di autismo che i genitori, e non i medici, associano alla vaccinazione sono statisticamente insignificanti per ipotizzare una correlazione, tenendo conto delle milioni di dosi di vaccino trivalente somministrate in tutto il mondo.

Andando ad effettuare una ricerca sull’origine di questa correlazione ipotizzata si scopre che il tutto è nato nel Regno Unito quando, sul finire del XX secolo, il medico Andrew Wakefield pubblicò uno studio scientifico nel quale si dimostrava in maniera inequivocabile il nesso tra vaccino trivalente ed autismo. Peccato che Wakefield per quello studio sia stato non solo sconfessato, come può accadere utilizzando dati e tecniche di analisi differenti, ma addirittura radiato dall’ordine dei medici britannici dopo che i dati da lui utilizzati si sono dimostrati chiaramente fasulli e scelti ad arte per puro ritorno economico.

Di nuovo, come spesso accade in questi casi, chi punta ai soldi sono proprio coloro che fanno iniziare a circolare le ipotesi complottistiche, e non le aziende che lavorano, certamente per un ritorno economico, ma dovendo rispettare leggi e regolamenti estremamente stringenti.

Un recente studio ha poi mostrato che qualcosa che si lega con l’insorgenza dell’autismo c’è, ma, sulla base di quasi sei milioni di casi analizzati (di cui trentamila con sintomi di autismo), l’evidenza è chiaramente con l’età dei genitori: in particolare un bambino nato da padre cinquantenne ha il 66% di probabilità in più di ammalarsi di autismo, rispetto a chi nasce da un padre ventenne.

Come sempre nella scienza scoprire una correlazione tra due parametri non equivale a provare che l’uno causa l’altro: se nel caso dell’ipotesi di Wakefield, oltre alla (falsa) correlazione non c’era alcuna teoria in grado di spiegare le sue motivazioni, in quest’ultimo studio una teoria era già presente in passato e questi dati non possono che rafforzarla, sebbene siano necessari ulteriori studi in merito.

In particolare i ricercatori da tempo sospettano che l’autismo sia causato da mutazione genetiche, il cui tasso aumenta con l’età: un padre più anziano ha quindi più probabilità di trasmettere una mutazione “nociva” al proprio figlio.

Il motivo per il quale questa spiegazione ancora non è stata accettata in modo universale è che nello stesso studio si nota che i casi di autismo sono associati anche a madri adolescenti: alcuni ipotizzano che non sia l’età dei genitori, ma la loro differenza di età a favorire l’insorgere dell’autismo… ma di questo, siamo certi, qualche altro studio in futuro se ne occuperà in maniera adeguata.

 

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