Citizen Science, ovvero la scienza fatta dal cittadino

I tanti dati a disposizione, uniti alla potenza dei nostri dispositivi elettronici, rende ormai tutti noi partecipi della ricerca scientifica

Da secoli la ricerca scientifica è spesso vista come materia riservata a pochi eletti, meritevoli di accedere a conoscenze superiori dopo aver compiuto lunghi studi ed aver dimostrato di possedere capacità fuori dal comune.

Certamente questa è stata la realtà dei fatti fino a pochi anni fa, quando la differenza di istruzione tra una piccola cerchia ed il popolo, unita alla la difficoltà di distribuire pubblicamente i dati oggetto di ricerca, rendevano necessario l’approccio “classico” al mondo della ricerca.

Negli ultimi decenni le cose sono però cambiate, in primo luogo grazie al sempre maggiore grado di istruzione disponibile a tutte le classi sociali ed infine con l’avvento di internet e, in particolare, della banda larga, che ha permesso a tutti di poter essere sempre connessi e con la reale possibilità di accedere non più solo ad un piccolo campione di dati, ma, spesso, ad interi archivi digitali, con valore scientifico inestimabile.

Quando a questi due fattori si è aggiunta la sempre più pressante necessità di analizzare quantità di dati inimmaginabili fino a poco tempo fa la strada da percorrere si è biforcata in due diverse scuole di pensiero: la prima, più “ortodossa”, cerca nello sviluppo di algoritmi informatici sempre più sofisticati ed intelligenti la soluzione al problema dei “Big Data”, mentre la seconda punta allo “sfruttamento” della risorsa costituita dai volontari “ignoranti” per procedere all’analisi.

La seconda metodologia va sotto il nome di “citizen science”, ovvero “scienza della cittadinanza” e, grazie alle grande partecipazione di volontari sparsi in ogni angolo della Terra, sta permettendo di venire a capo di non poche questioni scientifiche aperte.

Esempi lampanti di come la “citizen science” possa velocizzare, senza peggiorare, l’analisi scientifica è mostrata dai siti Moon Zooe Galaxy Zoo, nei quali agli utenti vengono mostrate, rispettivamente, immagini di zone lunari e galassie: nel primo caso l’utente deve individuare i crateri presenti, nel secondo deve invece indicare che tipo di galassia è osservato.

Sebbene a prima vista sottoporre a personale non qualificato quesiti nei quali è richiesta una certa competenza scientifica possa sembrare una mossa sbagliata, i risultati dimostrano che le risposte hanno quasi sempre un grado di attendibilità almeno pari a quelle di un ricercatore, con un enorme vantaggio in termini di tempo (e soldi investiti).

Il segreto sta nel numero di persone che partecipano a questi progetti: potendo contare su migliaia di volontari, infatti, la statistica fa sì che le risposte più vicine alla “verità” siano di gran lunga superiori in numero di quelle errate.

Un altro tipo di “citizen science” è, invece, quello che sfrutta i dati acquisiti dai dispositivi elettronici, sempre connessi e dotati dei sensori più disparati, per alimentare dei database riguardanti differenti settori scientifici: si va dal primo SETI@home, grazie al quale, durante i tempi di non utilizzo del PC, vengono analizzati segnali radio provenienti dallo spazio in cerca di messaggi alieni, fino all’analisi della qualità dell’ariautilizzando i sensori degli smartphone.

Se proprio ci fosse stato bisogno di una conferma, potete dunque tranquillizzarvi, perché, mai come oggi, la scienza è fatta da tutti e per tutti.

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