Terra dei Fuochi, l’intervista doppia

Alla ricerca di chiarezza, tramite il confronto tra due soggetti spesso in contrasto tra loro

Campania - Quando nel luglio del 2010 nacque Con-Scientia l’idea era quella di avvicinare il più possibile il pubblico alla scienza, rendendo “semplici” anche materie spesso viste come ostiche e riservate ad una elite di geni.

In questi quasi cinque anni gli argomenti trattati sono stati quanto più disparati possibile, ma mai sono stato teso come in questo caso nel quale, oltre a parlare di scienza, offro ai miei lettori la possibilità di approfondire in maniera “eccezionale” una questione spinosa come poche, ovvero quella relativa alla “Terra dei Fuochi”.

Qualche tempo fa tramite questa rubrica è stata mostrato l’impegno di un gruppo di ricercatori il cui obiettivo dichiarato è provare a mettere chiarezza con il metodo scientifico tra tutte le affermazioni che negli anni sono venute fuori.

Il gruppo, denominato Task Force Pandora e rappresentato da Paola Dama, ha avuto spesso divergenze notevoli con gruppi ugualmente desiderosi di proteggere quel territorio che i latini avevano riconosciuto come “Campania Felix” e che sta ora rischiando, invece, di essere visto dal mondo intero sotto una pessima luce, mettendo a rischio, in vari modi, il futuro dei propri abitanti.

Le differenze di vedute tra Pandora e, ad esempio, il Comitato Fuochi sono, a mio avviso, fisiologiche, in quanto nel primo caso c’è l’impegno rigoroso e “flemmatico” di un gruppo di accademici, mentre dall’altro c’è la vigoria dei cittadini che, supportati da pareri di medici e professionisti di altro genere e motivati da sacerdoti che vedono i loro parrocchiani non di rado soccombere a malattie logoranti, lottano con tutte le proprie forze per evitare che lo scempio di cui siamo stati testimoni nei decenni passati continui e resti senza colpevoli.

Allo stesso modo, però, credo che l’obiettivo finale dei due gruppi sia comune e virtuoso e, per questo motivo, a gennaio chiesi loro di partecipare ad una “intervista doppia”, rispondendo a delle domande comuni, senza possibilità di ascoltare le risposte altrui, così da fornire ai cittadini non quotidianamente impegnati sul fronte Terra dei Fuochi, la possibilità di decidere quale via seguire: quella ortodossa di Pandora, o quella impetuosa del Comitato Fuochi (le cui risposte in questo caso sono fornite dalla sezione di Marcianise).

La conclusione di questa mia premessa non sta nel dare giudizi sulle risposte che sono arrivate, ma è invece nella mia speranza (e consapevolezza alla luce proprio di queste risposte) che punti in comune tra le due parti ci sono e che un reale contatto, scevro da dissapori ed incomprensioni del passato, non può che fare bene all’intera comunità campana.

Nell’intervista doppia riportata qui di seguito abbiamo intervistato rappresentanti del Comitato Fuochi sezione Marcianise e Paola Dama per la Task Force Pandora.

Rispettando l’ordine alfabetico dopo ogni domanda potrete leggere prima la risposta del Comitato Fuochi e poi quella della Task Force Pandora.

1. Cosa è e come nata l’associazione che rappresenti?

C.F.M. Il Comitato Fuochi sez. Marcianise, si è costituito a fine agosto 2012, a seguito di un enorme rogo tossico avvenuto sul nostro territorio, che scatenò l’indignazione di tanti cittadini. Esso raggruppa persone riunitesi spontaneamente per individuare proposte ed iniziative tali da contrastare l’attività illecita dei roghi tossici, dello smaltimento illegale di rifiuti pericolosi, per informare e sensibilizzare gli abitanti di Marcianise rispetto a tutte le tematiche ambientali, per far sì che ci siano sempre meno ripercussioni sull’ambiente e sulla salute umana. Tali iniziative s’inseriscono nelle attività del Coordinamento Comitati Fuochi di Napoli, Provincia di Napoli e Provincia di Caserta, costituitosi a livello regionale il 5 luglio 2012.

P.D. La Task Force Pandora è un gruppo multidisciplinare spontaneo e dinamico, presentatosi per la prima volta in assemblea pubblica, dopo un paio di tavoli tecnici, l’8 gennaio del 2014. Pandora nasce dalla esigenza di un confronto della comunità tecnico scientifica dopo un mio accorato appello sui social network rivolta a tutte le competenze professionali, tra tecnici e scienziati. L’idea era quella di poter studiare e rispondere insieme sulla questione de La Terra dei Fuochi nell'ambizione comune di dare una dimensione al problema e trovarne insieme le soluzioni. L’invito fu lanciato in particolare a chi fino ad allora era già in prima linea, in modo da poter donare al gruppo di studio, che allora si stava formando, la competenza e le informazioni necessarie al fine di discuterne insieme in un nuovo contesto multidisciplinare come mai avvenuto prima. Tra i quali posso citare Antonio Marfella ed Antonio Giordano, che però non hanno mai accettato di partecipare ai nostri incontri.

2. Come è definita geograficamente la Terra dei Fuochi? 

C.F.M. Per avere una idea precisa di cosa si intenda e quali territori comprenda la cosiddetta terra dei fuochi è sufficiente leggere l’ottimo articolo di “Civiltà Cattolica”, evidentemente letto anche da Papa Francesco ma non dai nostri politici locali, per farsi una idea precisa ed aggiornata della situazione.

P.D. La direttiva ministeriale del 23 dicembre del 2013 ha individuato inizialmente un territorio definito come “La Terra dei Fuochi” comprendente 57 comuni e, solo nell’aprile del 2014, si sono poi aggiunti altri 31 comuni. Quest’area comprende zone di campagna e limitrofe ai centri densamente abitati in cui si assiste quotidianamente allo smaltimento illegale di rifiuti attraverso abbandono illecito e combustione.

3. Quali sono i fenomeni inquinanti tipici della Terra dei Fuochi? E su quali dati è basata questa risposta? 

C.F.M. Le specificità campane in tema di inquinamento e disastro ambientale ultraventennale ormai acclarato sono due: 1) lo smaltimento attraverso i roghi tossici di circa 6500 tonnellate quotidiane  di rifiuti speciali prodotti in regime di evasione fiscale; 2) il tombamento profondo, su suggerimento efficace di agronomi esperti, di rifiuti (spesso altamente) tossici, provenienti prevalentemente (ma non esclusivamente) dall’Italia settentrionale come, ad esempio, rifiuti ospedalieri radioattivi. Ciò è dimostrato da oltre 82 inchieste magistratura oltre ai dati forestali e ISPRA. Ci meraviglia molto che un politico campano non segua le inchieste della magistratura su argomenti cosi delicati e gravi per la propria terra.

P.D. Non possiamo parlare propriamente di “fenomeni inquinanti tipici della Terra dei Fuochi”, perché l’unica cosa diversa di quanto accade nel resto d’Italia è il fenomeno dei roghi dolosi di rifiuti che avvengono indisturbati ogni giorno, malgrado l’insofferenza e la denuncia della popolazione, mentre è comune anche ad altre regioni italiane il continuo - e penalmente rilevante - abbandono dei rifiuti lungo strade a minore densità di traffico che poi, nelle zone più isolate come nelle stradine di campagna o interpoderali saranno più facilmente soggetti a combustione da parte di coloro che vogliono rendere irriconoscibili i rifiuti e, quindi, la loro origine. Pandora ha avuto accesso ai dati degli interventi dei Vigili del Fuoco del comando provinciale di Caserta e sul nostro sito abbiamo messo a disposizione la documentazione relativa indicando anche i dieci Comuni in cui si sono registrati più interventi (ovviamente tenendo conto delle limitazioni dei dati che ci sono pervenuti). Inoltre abbiamo potuto avere accesso alla documentazione dell’ARPAC di Caserta per identificare la tipologia dei rifiuti bruciati in modo da poter incrociare i dati con quelli dei Vigili del Fuoco al fine di ottenerne una stima relativa.

4. Per la salute sono più pericolosi i roghi incontrollati o gli sversamenti illeciti? È possibile citare studi scientifici a riguardo?

C.F.M. Entrambi. Ma si ricorda che tutto quello che brucia finisce nel terreno, e quindi nell’acqua. I risultati APAT fin dal 2005 sono terrificanti, specie per la matrice acqua reflui regi lagni. Per tali dati non sono necessari studi scientifici ma le relazioni tecniche per esempio APAT 2005 2012, fatte rivisitare da scienziati veri e non pseudoscienziati. La scienza serve per comprendere fenomeni che non si conoscono né si capiscono,  non per acquisire dati su ciò che già si conosce ma che non si vuole conoscere.

P.D. Il problema dell’inquinamento dell’aria a Napoli ed in provincia non è da sottovalutare a prescindere dai roghi. Allo stato attuale purtroppo non abbiamo ancora dei dati, a causa della mancanza di monitoraggio, che possano indicarci che esistano delle differenze significative tra il centro città e la provincia dove abitualmente avvengono gli incendi, per cui non è possibile avere una chiara e precisa informazione sugli effetti diretti sulla popolazione residente, che comunque è assai più rada al di fuori del perimetro macrourbano dei centri maggiori. Per quanto poi riguarda gli sversamenti illeciti di cui si parla attraverso le dichiarazioni dei “pentiti” di camorra, ancora non se ne è avuto un effettivo riscontro tranne che in alcune limitatissime zone della provincia di Napoli (vedi dichiarazione Vassallo), peraltro di proprietà della stessa famiglia. I testi scientifici a cui poter far riferimento riguardano gli abitanti in prossimità di discariche. Possiamo citare il report su Lancet Oncology di Alfredo Mazza in cui si prova ad evidenziare un collegamento tra inquinamento, tumori e malformazioni, ma come lo stesso autore asserisce: “Non abbiamo dati sufficienti per poter dire in che modo le discariche a norma siano un pericolo per la salute umana. Nessuno di noi, infatti, è a conoscenza degli effetti delle discariche che non sono a norma - per esempio discariche che trattano una quantità di rifiuti superiore alla loro portata”. Tuttavia, dal punto di vista tecnico sia a livello europeo che a livello planetario si è visto sin dai primi anni ‘90 che la presenza di discariche di rifiuti urbani marcescenti creano le condizioni per la bio-metabolizzazione di detti rifiuti con formazione di composti volatili alogenati (soprattutto organo-clorurati) pericolosi per la salute umana. Proprio in virtù di tali evidenze la UE ha interdetto l’adozione di discariche per RSU da oltre dodici anni, anche se l’Italia, pur recependo quelle direttive solo nel 2003, ne ha poi vanificato lo scopo con successivi decreti applicativi che, di fatto, consentono l’interramento di materiali ancora parzialmente marcescibili.

5. Rispetto alla media italiana la Terra dei Fuochi è più inquinata per questi "inquinanti tipici"? E su quali studi è basata questa risposta?

C.F.M. La media italiana delle acque superficiali e profonde è maggiormente inquinata rispetto alla media campana proprio perché la nostra naturale fertilità rende le nostre acque meno danneggiate dai pesticidi superficiali che avvelenano in maggioranza i terreni del nord Italia, ma gli effetti sulla salute delle persone, come ad esempio l’infertilità in eccesso, rispetto alla media nazionale, tra i giovani in Campania, indica chiaramente che se noi cerchiamo nelle acque campane i pesticidi non li troviamo in eccesso. Ma la ricerca effettuata nei pozzi campani (cosa che non si fa di norma) su prodotti di combustione, come in questi giorni a Marcianise, o prodotti di smaltimento dei nostri prodotti merceologici fabbricati in regime di evasione fiscale, come ad esempio il tetracloroetilene, dà certamente esito positivo. La somma di queste differenti fonti di inquinamento rende la piana campana di fatto sostanzialmente avvelenata nel complesso come quella del Nord, come ormai attestano da anni i dati su incidenza e mortalità del cancro del colon retto e dello stomaco; cancri specifici da problemi ambientali, più che genetici. Ripetiamo che i dati da consultare sono quelli ISPRA, i quali, correlati con i dati ufficiali di epidemiologia rendono il quadro molto chiaro. Solo che i dati ISPRA non si correlano con i dati epidemiologici.

P.D. Se per “inquinanti tipici” vogliamo considerare i prodotti di degradazione ambientale dei rifiuti solidi urbani come storicamente gestiti nelle discariche, la c.d. Terra dei Fuochi è - sia pure per motivi squisitamente geologici - decisamente molto meno compromessa di molte altre regioni italiane, se non di tutte. Se invece con “inquinanti tipici” vogliamo considerare i fumi e gas di combustione come presenti nell’aria, occorre tenere presente che tutti i principali gas di combustione (ossidi di azoto e di carbonio principalmente) e di particolato solido come gli idrocarburi policiclici aromatici che si formano sono gli stessi qualunque sia la sostanza organica combusta. Quindi, anche in assenza di dati puntuali sulla qualità dell’aria nelle nostre zone, è ragionevole ipotizzare che più che sulla quantità di fumi rispetto a sorgenti “normali”, come il traffico o i riscaldamenti o l’energia termica controllata, occorrerebbe andare a valutare la differenza qualitativa, e pertanto l’effettiva ricaduta sanitaria. Il fenomeno dei roghi va necessariamente collegato all'abbandono dei rifiuti. "No monnezza no party"! Se non c'è l'abbandono di rifiuti come si fa a incendiare? Da questo punto di vista, e alla luce di numerose risorse di dati, anche cartografici, attualmente reperibili su web (si può citare ad esempio quella degli abbandoni superficiali di rifiuti dal 2007 al 2014 dell'arch. Antonio Dinetti), è evidente che il fenomeno degli abbandoni sia tipico di aree di diffusa economia al nero. E che quindi la Campania abbia la triste palma di questo primato, in particolare una zona come quella del Nord Napoli - Casertano in cui di fatto non è mai stata davvero conosciuta ed applicata la gestione specifica dei rifiuti speciali come regolata da decenni a livello nazionale ed europeo. Nell'ultimo decennio il territorio della Campania è stato uno dei più osservati e monitorati, basti pensare all'esperienza del Commissariato di Governo per l'emergenza bonifiche inserito nella Direttiva europea INSPIRE ed al telerilevamento. Quest'ultimo ha avuto punte di avanguardia come il MARSEC di Benevento. Purtroppo da tale mole di lavoro non è stato creato valore aggiunto, né informativo né decisionale.

6. I prodotti agricoli sono sani? Se no in quali casi? Se sì cosa li rende "immuni" da questo inquinamento? Ci sono studi scientifici riguardanti queste tossicità o non tossicità? 

C.F.M. Nella stragrande maggioranza (99%) i nostri prodotti agricoli sono sicuri, perché i rifiuti tossici sono stati tombati ad arte, con competenza ed in profondità, con eccezionale spesa di corruzione e tombamento dai camorristi, ma ciò non significa che sia lecito e giusto continuare a produrre pomodorini “puliti” su terreno di copertura di discariche non a norma di rifiuti tossici. Essi sono resi immuni da quello che tutti fanno finta di non sapere, il tombamento profondo dei rifiuti tossici finalizzato a tale scopo: avere prodotti puliti su terreni sporchi che mai si pensava sarebbero stati scovati con fotogrammetria dalla forestale, per esempio. Di studi scientifici a riguardo ce ne sono ormai anche troppi rispetto al continuare a porre domande scontate su questo punto, alleghiamo la relazione ufficiale dell’Istituto Superiore della Sanità (ISS) SENTIERI maggio e settembre 2014, ottenuta solo grazie all’eccezionale impegno dei comitati e di preti e di mamme delle cartoline, in quanto i dati sono stati presi dalla Regione Campania, che li teneva e li tiene ancora ben chiusi nei cassetti.

P.D. I prodotti agricoli sono perfettamente sani, e lo si sono rivelati persino se e quando cresciuti nei terreni dove è stata provata la presenza di materiali estranei intenzionalmente quanto abusivamente aggiunti ai terreni. Gli studi in merito sono stati portati avanti specificamente nell’area vasta del cuore della Terra dei Fuochi, ossia nei terreni immediatamente circostanti le discariche tra il casertano ed il napoletano, a cura dell’Istituto Superiore di Sanità, nel triennio 201 -2013, e sono tutte pubblicate sull’apposito sito della Regione Campania sulla Terra dei Fuochi, appunto oltre che sul nostro. Ovviamente, questa massiccia campagna pluriennale è stata fatta soprattutto per avere e fornire le evidenze sperimentali di data certa su presupposti certi (i dati analitici sui terreni di crescita) di quanto in biologia vegetale - come in agraria - si sa da moltissimi anni. Non è che i vegetali siano “immuni” dall’inquinamento: da quello dell’aria infatti non sono in grado di difendersi in alcun modo e sulla loro superficie si deposita tutto ciò che altrimenti ricadrebbe sul terreno, come per tutte le superfici. Ecco perché comunque è indispensabile procedere sempre al lavaggio degli ortaggi come della frutta, che era comunque una misura igienica di tipo microbiologico consolidata, perché gran parte di quello che è nell’aria in forma di particolato resta sulla superficie e viene rimosso meccanicamente con il lavaggio. Per quello che riguarda invece la eventuale contaminazione del terreno, bisogna ricordare che i vegetali sono comparsi sulla terra quasi mezzo milione di anni fa, quindi hanno avuto tempo e modo di selezionare la loro acquisizione di nutrimento, visto che oltre tutto,  a differenza degli animali, non possono spostarsi per andare a cercarselo. Hanno sistemi di assorbimento radicale sofisticatissimi, tanto che riescono ad assorbire i sali disciolti nell’acqua intrappolata nel terreno solo in misura sufficiente alle loro strette necessità “alimentari”, e per molti dei sali più complessi hanno nei milioni di anni trovato un sistema di proteine, presenti nelle sole radici e prodotte solo da particolari cellule radicali, specializzato nel trasporto di questi sali all’interno delle radici e da lì alla distribuzione selettiva alle varie parti della pianta: non esistono né possono esistere piante “anoressiche” né piante “bulimiche”! Proprio per questa loro altissima selettività, hanno soglie di tossicità individuale assai più basse degli animali, soprattutto degli animali superiori, e quindi persino in presenza di sostanze essenziali alla loro vita e crescita se in eccesso l’effetto è fitotossico. Questo deve essere messo in relazione proprio con la selezione, che ha fatto in modo da far morire precocemente, e quindi impedire la riproduzione, i vegetali “capitati” in terreni inadatti al loro sviluppo. Questo è talmente “normale”, per le piante, che alcuni vegetali, ed anche prodotti agricoli, sono tipici di alcune zone e non hanno lo stesso sviluppo, o non attecchiscono del tutto, anche a pochi chilometri di distanza.

7. L'incidenza tumorale cosa è? E nella Terra dei Fuochi com'è rispetto alla media nazionale? 

C.F.M. Ripetiamo, alleghiamo i dati ISS con incidenza, mortalità e via discorrendo, specialmente infantile. Ma ricordiamo a chi ce lo chiede, di porre questa domanda a chi ha le competenze per rispondere, non a chi non le ha. La competenza è propria di specialisti in igiene e medicina preventiva, non di biologi molecolari o medici di famiglia incaricati di giocare coi numeri. A buon intenditor o poche parole o curriculum pubblici, per favore. 

P.D. L’incidenza annuale di tumori è il numero di nuovi tumori che si registra annualmente, in Campania è più basso dell’incidenza media in Italia. È un parametro usato come indicatore di rischio.

8. Ci sono casi (di tipo di tumore, distribuzione geografica, mortalità) anomali riconducibili al fenomeno Terra dei Fuochi? E cosa dimostra che ci sia un vero nesso causa-effetto? 

C.F.M. Linfomi non hodgkin per pcb sversati ad Acerra e Casalnuovo per esempio. Eccesso di cancro della vescica ed arsenico nel sangue dei caivanesi (Sebiorec) e presenza di tetracloro etilene nelle acque dei pozzi, solo per citarne alcuni. Ma occorre chiederlo a tossicologi, non a comitati. 

P.D. Ci sono alcuni tumori che sono frequenti quali: polmone, laringe e fegato. Per quanto riguarda quello al polmone, possiamo ipotizzare che sia legato, oltre che al fumo di sigaretta anche alla dispersione nell’aria di sostanze cancerogene, provocata soprattutto dai fumi di scarico dei motori a scoppio, ma sono ipotizzabili anche i roghi di immondizia. Quello al fegato è tipico in cui ci sono zone endemiche di epatite C. Pur non evidenziando , alcuna emergenza oncologica a carattere provinciale o comunale correlabile al dato ambientale è possibile comunque che eccessi di incidenza oncologica riferiti a bambini o adulti e correlabili ad inquinamento ambientale possano essere presenti in microaree geografiche esposte in modo diretto e continuato a so stanze tossiche e/o cancerogene individuate. L’approccio metodologico da utilizzarsi in Campania, contrariamente a quanto finora fatto, deve essere mirato allo studio di microaree geografiche, l’unico, a nostro avviso, che possa permettere una: 1) migliore definizione geografica delle aree a rischio; 2) capacità di individuazione di effetti sanitari localizzati; 3) acquisizione ed analisi di dati su potenziali sorgenti inquinanti puntuali e la valutazione dei relativi livelli di esposizione; 4) migliore possibilità di mettere in relazione gli effetti sulla salute con possibili determinanti ambientali. (http://www.taskforcepandora.com/#!tumori-infantili-in-campania/cytn). Ad ogni modo siamo convinti che il degrado ambientale presente ad oggi in Campania debba essere gestito e risolto a prescindere dalla incidenza e mortalità oncologica rilevata sul territorio; gli studi di epidemiologia ambientale hanno tempi, metodologie e standard che sono propri della ricerca scientifica, ma ciò non può, né deve rappresentare un alibi per i decisori politici per dilazionare nel tempo il problema del recupero ambientale.

9. Ci sono registri tumori in Campania? E se sì sono efficienti? 

C.F.M. Ci sono, con incarichi e stipendi pagati sin dal 1995 e, cosa eccezionalmente grave che dovrebbe essere immediatamente punita, non producono dati sin dal 1995, costringendo ISS, sui loro dati, a produrre dati chiari nel 2014 su Terra dei Fuochi. Una vergogna assoluta, del tutto priva di adeguate sanzioni. Chi non produceva dati con la amministrazione regionale di prima, continua a non produrli con quella di oggi. E restano primari.

P.D. Tre registri tumori sono già attivi nella regione Campania: ASL Napoli 3 SUD, ASL di Salerno e ASL di Caserta . I primi due istituiti, rispettivamente già dal 1995 e dal 1997, fanno già parte della rete AIRTUM (Associazione Italiana dei Registri Tumori) e sono quindi “accreditati” e coprono il 34% della popolazione regionale; il registro tumori di Caserta, nato nel 2012, sta invece completando il suo primo periodo di registrazione, triennio 2008-2010, su cui chiederà l’accreditamento. I dati del Registro Tumori della ASL Napoli 3 sud fanno riferimento all'intero territorio aziendale con una copertura territoriale di 687 Kmq, comprendente 59 Comuni ed una popolazione di circa 1.200.000 abitanti ( 20% della popolazione regionale).

10. Per arrivare allo stato attuale delle cose le colpe sono da ricercare più nella cattiva gestione del ciclo dei rifiuti o nello smaltimento illecito di rifiuti pericolosi? O in quale altro fenomeno?

D.M.G. Gestione dei rifiuti speciali assente. Oggi 20mila tonnellate al giorno in bianco e 6500 in nero, rispetto alle comunque vergognosa gestione dei 6500 tonnellate di rifiuti urbani che necessitano di soli impianti di compostaggio che  con vergognosa ignavia, la politica regionale e provinciale continua a non fare. Funziona solo a Salerno.

P.D. Gli smaltimenti abusivi di rifiuti del nord Italia con la collaborazione della camorra ci sono ragionevolmente stati, anche se i riscontri sulla credibilità dei pentiti lasciano immaginare fenomeni isolati. Molto più diffuso il fenomeno dell'abbandono di rifiuti che è ovviamente connesso al mancato decollo del Piano regionale di Gestione dei rifiuti. Ma questo è argomento che dal punto di v ista politico è spinoso. Sta di fatto che chi non h a codice fiscale e partita iva non può conferire i rifiuti. Ergo se ne libera. La risposta è senz'altro quella sul mancato avvio di una qualche forma di Piano integrato di smaltimento dei rifiuti.

11. Quale è la via da perseguire per uscire da questa situazione? 

C.F.M. Per i RSU compostaggi; per i rifiuti speciali impianti (ad esempio per l’amianto). Poi riconversione immediata a “no food” dei territori coinvolti nei tombamenti di rifiuti tossici, legge sui reati ambientali e garanzie su acqua potabile, in particolar modo nelle zone di Caserta ancora non collegate ad un acquedotto, come Casal di Principe.

P.D. Innanzi tutto, è evidente che è il sistema di raccolta dei rifiuti il punto deficitario di base, e questo per diversi motivi. Infatti, per potere fare una corretta politica industriale sulla gestione dei rifiuti, quindi con l’ottimizzazione delle attività varie di recupero - tanto di materia quanto di energia - e il ricorso allo smaltimento solo in ultima istanza così come previsto dalla normativa sia europea che italiana di conseguenza (e da quella italiana già dal 1982), occorre sapere che tipo di rifiuti si produce da quale processo, in che quantità. Il “MUD”, istituito nel 1994, in teoria, anche a questo doveva servire, ma è stato percepito dai soggetti obbligati alla compilazione solo come una delle tante “carte”, perché non è mai stato spiegato a cosa sarebbe dovuto servire. Inoltre, proprio per quello che riguarda la Campania, tenuto conto che è rifiuto urbano anche tutto ciò che “giace” sulle strade ed aree pubbliche, comprese le spiagge e le rive dei corpi d’acqua superficiali, assodata ormai questa pessima ed illecita abitudine di parte della popolazione, basterebbe che la raccolta dei rifiuti avvenisse appunto anche lungo le strade di ciascun comune, intanto che non si identificano i responsabili e li si assicuri al loro giudice naturale. Almeno,  ne eviteremmo la combustione degli urbani originali indotta da chi si disfa degli speciali di origine abusiva, e magari forse con indagini di polizia serie a qualche sversatore abusivo arriveremmo.

In sintesi quindi:

1- più che il corpo forestale dello stato, dovendo chiamare a collaborare un Ente governativo, servirebbe la Finanza a coordinare forti azioni di soppressione dell'economia al nero. Inoltre tutte le microattività illegali come la "sottrazione e redistribuzione sul territorio" dei rifiuti, ( si pensi a quello che quotidianamente accade con la comunità rom che preleva rifiuti dal ciclo urbano di smaltimento per "valorizzarli" nei campi, che divengono enormi discariche a cielo aperto). Dopotutto se i rifiuti, come negli anni 2000 si propagandava, sono risorse, allora rubare rifiuti vuol dire rubare risorse.

2- IL PIANO REGIONALE DI SMALTIMENTO DEI RIFIUTI purtroppo è ben lungi dall'essere attuato. Serve tutta l'impiantistica e le piattaforme di recupero. Altrimenti non se ne esce.

3- La comunità agricola e le sue associazioni di categoria vanno coinvolte fortemente sia sul recupero e valorizzazione delle campagne abbandonate, sia sul controllo, che nessun esercito potrà mai garantire se non occasionalmente e con risultati limitati, come è di fatto successo recentemente.

4- Vanno coinvolti i cittadini nel partecipare alle segnalazioni, perché la gran parte dei siti di abbandono dei rifiuti sono stati ripuliti e risporcati molte volte nell'ultimo decennio. evidentemente non si può continuare così.

12. Qual è la percezione della gente rispetto a questo problema? È giustamente dimensionata? 

C.F.M. Ancora sottodimensionata. Se restano al loro posto i medici che non hanno visto ed i politici che l’hanno provocata, perché si continua a parlare soltanto, senza cacciare immediatamente i responsabili del disastro.

P.D. A tal riguardo abbiamo diffuso un sondaggio demoscopico a cui hanno aderito circa 600 persone residenti e non in Campania. Dall’analisi delle risposte abbiamo effettivamente riscontrato quanto la popolazione si sia lasciata condizionare delle notizie diffuse non correttamente.

13. Che ruolo ha avuto finora la stampa nella gestione di questa problematica? E che ruolo dovrebbe avere in futuro? 

D.M.G. La stampa deve raccontare e non tacere. Tocca ai competenti tecnici e politici provvedere. Il problema non è della stampa, ma dei competenti tecnici e politici che non rispondono da venti anni nei nostri territori. O meglio rispondono, ma non ai cittadini. A buon intenditor anche qui poche parole. Se poi si vuole che specifichiamo. Siamo pronti.

P.D. La stampa - e i media in genere - sino ad oggi hanno dimostrato attenzione solo all’apparenza per loro utilitaristica del problema, soffermandosi sugli aspetti più o meno scandalistici e più o meno caldeggiati da personaggi di varia natura ed origine, senza mai approfondire ascoltando almeno più campane. C’è da dire, a parziale discolpa, che la mancata diffusione delle conoscenze specifiche acquisite sul problema particolare è senza dubbio un deficit di comunicazione da parte delle istituzioni a ciò deputate, partendo dalla Regione Campania che alla pubblicazione dei dati sul sito web dedicato non ha affiancato per lo meno dei comunicati stampa o delle pubblicità sui media non informatici, ma senza dimenticare il Ministero delle Politiche Agricole o quello dell’Ambiente. Persino l’istituto Superiore di Sanità, che ha dato grande risonanza mediatica al suo studio “SENTIERI”, sulla cui valenza tecnica sono state mosse comunque obiezioni di merito, non ha ritenuto opportuno dare la stessa risonanza agli esiti delle analisi sulla salubrità degli alimenti di origine vegetale da loro stessi analizzati. Forse, anche dietro a questo argomento si possono celare degli omissis su basi a noi del tutto sconosciute.

14. Cosa cambieresti nel modo di fare della tua associazione? 

C.F.M. Quest’ultima domanda è ingenuamente provocatoria e non rispondiamo.

P.D. La Task Force Pandora non si è mai costituita, è composta di fatto un gruppo di professionisti che si è dedicata alla causa spontaneamente. Siamo al completamento del compito e degli obiettivi che ci siamo prefissati. Pubblicheremo un ultimo documento ed i dati del sondaggio demoscopico. I l nostro sito www.taskforcepandora.com è e rimarrà un contenitore, un archivio storico disponibile a chiunque ne voglia usufruire. Ci occuperemo pertanto solo di divulgare il nostro lavoro, infatti nel mese di maggio saremo relatori in varie parti di Italia al Convegno Nazionale “Capiamo il Pianeta” organizzato da Italia Unita per la Scienza ed ospiti nelle scuole. Il progetto da me ideato con l’aiuto ed il sostegno di chi vi ha partecipato è stato ambizioso,oltre che innovativo, unico. Ne sono orgogliosa, nonostante l’amarezza delle delusioni interne da parte degli stessi partecipanti ed esterne, la mancanza di fiducia della popolazione che ci ha anche offeso in diverse occasioni. Completata l’opera, noi rimaniamo a disposizione della collettività. Cosa cambierei? Le regole di ammissione e partecipazione al gruppo di studio: in cose di questo tipo sono necessari criteri molto stringenti e selettivi, e l'optimum si ottiene solo col tempo e l'esperienza sul campo.

È importante precisare che per le risposte qui di seguito Con-Scientia, l’autore dell’intervista ed Interno18, non si assumono alcuna responsabilità

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