Con-scientia, nuovi studi confermano: è l'uomo a cambiare il clima

Con la conferenza Onu sui cambiamenti climatici è auspicabile che questi ulteriori risultati scientifici siano finalmente presi in considerazione dai politici di tutto il mondo

Negli ultimi giorni mi è capitato di leggere almeno quattro articoli riguardanti i cambiamenti climatici in corso proprio a ridosso della conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici attualmente in corso a Lima.

Che gli scettici sull’argomento abbiano torto è palesemente dimostrato dal blog RealClimate, dove il picco di temperatura del 1998, preso da molti come indicatore del fatto che da allora le temperature non sono più salite viene decisamente evidenziato come una fluttuazione statistica dovuta a fenomeni a breve termine.

Utilizzando semplici tecniche statistiche applicate a serie temporali lunghe diventa infatti evidente che l’andamento per i prossimi anni è senza ombra di dubbio in salita e viene ricordato a tutti che non bastano dati di una o due decadi per studiare in maniera adeguata il clima.

Altri due di questi lavori che ho letto sono stati pubblicati su riviste afferenti a Nature e, utilizzando lo stesso modello probabilistico (o “ad esemble”), hanno studiato il futuro del clima nel secolo nel quale viviamo.

La particolarità di un modello ad ensemble è che, a differenza, di un normale modello “deterministico”, vengono considerati stati di partenza leggermente diversi lasciando poi evolvere il sistema seguendo le leggi fisiche. Secondo la teoria del caos due stati con differenze di partenza minime possono generare stati finali totalmente diversi e dunque il risultato di un modello probabilistico sarà la probabilità che qualcosa succeda nel futuro, relativamente a prescindere dalla situazione scelta come iniziale.

Il primo lavoro, il cui primo autore è il greco Christidis, mette in evidenza che le “bolle di calore”, simili a quelle dell’estate del 2003 e definite come eventi con temperatura di 1.6°C superiori alla media del periodo, sono già in aumento rispetto a quanto previsto ed osservato in precedenza.

Nello studio si fa spesso riferimento ad un lavoro precedente, nel quale erano stati inseriti in ingresso i parametri del decennio 1990-1999, che avevano ricadute importanti proprio a ridosso del 2003, mentre il confronto attuale è stato effettuato con i dati tra il 2003 ed il 2012, che hanno i primi effetti proprio nel 2014.

In questo modo è possibile notare come soltanto inserendo le emissioni antropiche tra i forzanti climatici questo fenomeno diventa particolarmente consistente, con un tempo di ritorno che diminuisce di un fattore dieci, passando da circa cinquant’anni ad appena cinque anni: in altre parole, se prima le “estati calde” erano previste due volte in un secolo, ora potremmo viverle due volte in un decennio.

Nel secondo articolo, a prima firma dell’italiano Andrea Alessandri dell’Enea, si va invece ad indagare sul futuro delle aree mediterranee che, tanto care a noi italiani, sono comunque definite in modo rigoroso e sparse su cinque continenti, avendo una zona “caldo-temperata” a verso il polo, una con inverni freddi ad est ed una arida verso l’equatore.

Questo incastro di zone climatiche rende le aree mediterranee (presenti in Europa, Nord America, Sud America, Sud Africa ed Australia) estremamente sensibili e fragili dal punto di vista storico-climatico; infatti, utilizzando lo stesso modello probabilistico dello studio citato in precedenza, appare evidente che tra la metà e la fine del XXI secolo è previsto uno spostamento di queste aree verso il polo, andando a modificare il clima delle regioni attualmente più fredde.

Il tutto ovviamente a scapito di chi nelle regioni mediterranee attuali ci abita a causa un inaridimento del clima, con conseguenze verso estati sempre più aride ed inverni che, forti dell’energia incamerata durante le stagioni calde, porteranno precipitazioni sempre più abbondanti.

Che poi oltre alle nostre abitudini rischia di scomparire anche un’intera nicchia biologica totalmente separata dalle altre, magari interessa ancora a meno persone, ma sta di fatto che, secondo un recente articolo di Scientific American, con l’innalzamento delle temperature, tutti i pesci che, vivendo in Antartide si sono evoluti in modo da resistere a temperature bassissime, difficilmente potranno adattarsi in tempi brevi a temperature superiori ai 5°C.

Chi non vuole vedere quello che l’uomo sta facendo all’ecosistema probabilmente non potrà essere smosso da nessun articolo e nessuna argomentazione, ma per gli altri, sapere che il nostro modo di vivere sta per essere completamente rivoluzionato potrebbe essere uno stimolo a ripensare le proprie azioni tenendo conto del benessere a lungo termine.

Tutti i link agli articoli a cui si è fatto riferimento sono disponibili su http://conscientia.altervista.org, dove potrete anche lasciare i vostri commenti e le vostre impressioni.

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