Ada Lovelace Day: perché il primo software è donna

Il 15 ottobre si ricorda la figlia di Lord Byron e prima programmatrice della storia

Dal 2009 il 15 ottobre è il dedicato alla memoria di Ada Lovelace, considerata la prima programmatrice (e programmatore) di ogni epoca. L’importanza di questa ricorrenza è duplice, ricordando che, nonostante siamo abituati a vedere i computer come invenzioni recenti, l’idea di una macchina programmabile in grado di effettuare calcoli matematici e logici risale almeno alla seconda metà del XIX secolo e che il ruolo delle donne nella ricerca scientifica deve essere tutt’altro che marginale.

Fin dalla sua nascita la Lovelace fu indirizzata allo conoscenza delle scienze matematiche, per espresso volere della madre e con l’intento di allontanarla del tutto dagli interessi paterni verso la poesia: era infatti figlia del famoso poeta Lord Byron (che però abbandonò la famiglia un mese dopo la sua nascita) ed il cognome con il quale è passata alla storia è quello acquisito dopo l’ottenimento del titolo nobiliare da parte di suo marito.

Grazie a questa educazione totalmente anticonvenzionale per la sua epoca (ma per certi versi anche per la nostra) fin da ragazzina sviluppò un interesse smisurato per le applicazioni che la matematica poteva avere nella risoluzione dei problemi del mondo “concreto: a dodici anni, ossessionata dall’idea di volare, approcciò il problema dal punto di vista matematico, registrando tute le sue scoperte in una guida intitolata “Flyology” (letteralmente “Volologia”).

L’anno della svolta nella sua vita fu però il 1833, quando entrò in contatto con Charles Babbage, un importante matematico che all’epoca era interessato allo sviluppo della “macchina analitica”, ovvero capace di effettuare calcoli.

Nonostante nel XIX secolo non fossero presenti le tecnologie adatte per costruirne fisicamente una, già alcuni studiosi avevano iniziato a teorizzare sulla sua fattibilità. Tra questi, oltre al già citato Babbage, un ruolo importante per gli studi della Lovelace fu ricoperto dall’italiano Luigi Menabrea che, collaborando con Babbage, nel 1842 accettò di scrivere un articolo sulla macchina analitica per una rivista accademica svizzera.

Questo articolo fu in seguito tradotto dalla Lovelace che riuscì anche ad estenderlo, facendolo passare dalle circa ottomila parole originarie a circa ventimila, e pubblicarlo nel 1843. L’integrazione che viene ricordata più frequentemente, soprattutto perché rappresenta il primo programma informatico della storia, è quella relativa alla “Nota G”, nella quale la Lovelace progetta un algoritmo per il calcolo dei numeri di Bernoulli.

La Lovelace fu quindi in grado di passare dallo studio della matematica pura alla sua applicazione in un campo totalmente inesplorato ed addirittura inimmaginato a metà dell’800 e mi piace pensare che questa sua capacità possa essere dovuta all’unione della volontà della madre di indirizzarla verso il mondo della razionalità con i geni paterni legati al mondo dell’astratto.

Un connubio che si scorge nelle sue stesse parole del 5 gennaio 1841 in risposta alla domanda “cos’è l’immaginazione”: “è la capacità di trovare punti in comune tra due soggetti apparentemente slegati e la capacità di scoprire che penetra il mondo invisibile intorno a noi, il mondo della Scienza”.

 

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