Con-scientia. Alla ricerca di acqua nel Sistema Solare

I ricercatori "seguono l’acqua" per cercare la vita, ma anche per comprendere le dinamiche di formazione del nostro Sistema Solare

Da sempre lo studio della possibilità di esistenza e formazione di vita al di fuori del nostro pianeta è legata alla presenza di acqua e, per questo motivo, gran parte delle ricerche condotte sui corpi del nostro Sistema Solare sono focalizzate proprio su fenomeni probabilmente legati all’acqua.

Ne sono esempio un paio di articoli in fase di pubblicazione nei quali dei ricercatori della NASA, utilizzando una combinazione di strumenti nel visibile e nell’infrarosso, hanno provato a risolvere il mistero legato a delle linee visibili solo stagionalmente su Marte e che in passato alcuni ricercatori hanno provato ad associare ad acqua.

Queste formazioni, conosciute anche come RSL (Recurring Slope Lineae – linee di pendenza ricorrenti) sono state notate per la prima volta anni fa grazie alla camera ad alta risoluzione a bordo della sonda NASA MRO: il naturale prosieguo di quello studio è stato l’utilizzo dello spettrometro infrarosso CRISM per analizzare le stesse zone individuate in precedenza.

Grazie a questo strumento è possibile individuare non solo la formazione delle RSL, ma anche i minerali presenti in esse ed, eventualmente, anche la traccia di una presenza di acqua.

In questo modo sono stati trovati minerali ferrici e ferrosi (ovvero contenenti ferro in diversi stati di ossidazione) che potrebbero rivelarsi utili per la teoria secondo la quale proprio questi tipi di minerali evitano che l’acqua liquida si ghiacci velocemente.

Le caratteristiche spettrali relative all’acqua non sono state ancora rilevate, probabilmente a causa del fatto che le osservazioni sono tutte effettuate nel pomeriggio, quando l’acqua potrebbe non essere più liquida, oppure perché le RSL sono talmente sottili da non essere risolte in maniera soddisfacente da CRISM, che così non riesce a rilevare con accuratezza tutte le loro caratteristiche.

Sta di fatto che, dopo alcuni anni nei quali si è parlato di RSL solo a livello di osservazioni “fotografiche”, ora anche alcune osservazione spettroscopiche non smentiscono la possibilità che su Marte, in determinati periodi stagionali ed in precise fasce latitudinali, si possano creare le condizioni per avere, seppur per breve tempo, rivoli di acqua allo stato liquido.

Proseguendo nella ricerca di acqua nel Sistema Solare si arriva ad un altro recente studio pubblicato da Diego Turrini dell’IAPS (Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziale), focalizzato sull’asteroide Vesta. 

Questo asteroide, il secondo più grande dopo Cerere, è stato recentemente visitato dalla sonda NASA Dawn e lo spettrometro italiano VIR a bordo ha mostrato evidenti segni di idratazione della superficie: inoltre i meteoriti certificati come provenienti da Vesta mostrano la presenza di minerali formatisi e cristallizatisi in presenza di abbondante acqua, non solo in superficie.

Per giustificare questa abbonante presenza di acqua più quattro miliardi di anni fa, quando i pianeti come li conosciamo oggi ancora non esistevano, sono state effettuate delle simulazioni, coincidenti con il cambio di orbita di Giove, che proprio in quel periodo ha spostato la sua orbita di circa 70 milioni di chilometri

Questo evento potrebbe aver innescato un’autentica “valanga” di impatti di corpi piccoli (in genere non superiori ai due chilometri) e pieni di acqua, facendo sì che Vesta in quel periodo sarebbe probabilmente apparso come un corpo molto simile alla Terra per quanto concerne il rapporto tra rocce solide ed oceani (anche se successivamente tutta l’acqua così accumulata sarebbe andata persa per evaporazione).

Le simulazioni, anche se non possono mettere la parola fine a questa indagine, tendono a confermare la analisi condotte finora sui meteoriti provenienti da Vesta. A detta di Turrini, l’unico modo per capire se questo scenario sia realmente plausibile è quello di conoscere meglio Giove, grazie già alle future missioni verso il nostro pianeta gigante: JUICE e Juno, entrambe con un forte contributo italiano grazie ai ricercatori dell’IAPS, sono già pronte a fornirci risposte in merito.

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