L’Italia, la nazione dove l’ignoranza fa più danni dei terremoti

Troppo spesso ci si trova a dover gestire emergenze laddove si potrebbe agire in anticipo, grazie agli strumenti che i ricercatori mettono a disposizione degli amministratori

Caserta - Nelle mie intenzioni questa puntata sarebbe dovuta essere dedicata al risveglio di Rosetta, la missione europea che per la prima volta seguirà una cometa da prima che diventi attiva, restandole in orbita per più di un anno.

Le operazioni di risveglio sono andate bene e ci sarebbe tanto da dire, soprattutto pensando ai tanti team italiani coinvolti nel progetto, ma ieri mattina la terra ha tremato di nuovo tra i monti del Matese, proprio lì dove a fine dicembre una scossa aveva fatto temere molti campani e mi è stato chiesto di tornare sull’argomento terremoti e sul panico che, molto spesso ingiustificatamente, incutono.

Come troppo spesso succede in questi casi, in Italia ci si rende conto di essere in un territorio altamente a rischio solo dopo che la terra ha fatto parlare di sé: le reazioni spaventate dei cittadini non sono mancate e, pochi minuti dopo la scossa mattutina, era già un rincorrersi sui social network di tutte le impressioni provate durante l’evento.

Nel giro di mezz’ora si sono avute le prime indicazioni ufficiali dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) che dalla propria pagina web ha diffuso epicentro e magnitudine del sisma. Personalmente ero in treno diretto verso Roma, ma, soprattutto dopo aver conosciuto i dettagli dell’evento, non ho avuto remore nel cercare di rasserenare i miei parenti ed amici sul fatto che nella zone attorno a Caserta e nel napoletano non c’era nulla da temere.

I genitori, comprensibilmente preoccupati per la situazione, hanno iniziato a chiedere delucidazioni ai responsabili delle scuole dei figli e, dopo alcune ore, i sindaci hanno deciso in maniera diffusa la chiusura di scuole ed uffici pubblici anche per la giornata di oggi.

Sebbene molti tra voi penseranno che in condizioni del genere tale decisione sia stata quella giusta, perché è meglio essere accusato di eccesso di sicurezza piuttosto che di scarsa attenzione verso questi problemi, rischiando delle vittime, il mio punto di vista è completamente opposto. Sarebbe stato giusto chiudere definitivamente, tempo addietro e non solo sull’onda di panico generata da un terremoto, tutti gli edifici pubblici (almeno quelli) non rispondenti alle norme antisismiche in vigore nel luogo. Questi edifici dovrebbero rappresentarne l’avanguardia ed essere visti come i posti più sicuri di tutto il Paese invece di diventare dei veri e propri punti interrogativi che lasciano i genitori con l’ansia per aver mandato i figli a scuola.

Altre nazioni, con sismicità superiori alle nostre, non hanno di questi problemi e continuano il loro ritmo normale anche durante un sisma: penso al Giappone, Paese simbolo della lotta ai terremoti, dove sismi di intensità ben superiori alla 4.2 registrata ieri mattina vengono trattati senza allarmismi. Il loro segreto è quello di investire in costruzioni più sicure ed in una corretta informazione alla popolazione: in Giappone non troverete un singolo cittadino che non conosca le procedure da seguire in caso di terremoto.

Da noi, invece, impera l’improvvisazione e la cultura non scientifica (ne ho parlato proprio la settimana scorsa) ed è quindi normale che poi qualcuno mi venga a chiedere per quale motivo vengono pagati dei sismologi se poi non sono in grado di prevedere nemmeno un terremoto, non riuscendo nemmeno ad immaginare che riuscire conoscere l’interno della Terra tanto a fondo da riuscire a prevedere un terremoto costituisce un’impresa ben più difficile che inviare un equipaggio umano su Marte.

I geologi ed i geofisici italiani sono all’avanguardia nel mondo come conoscenze sulla sismologia, tanto è vero che esistono mappe accurate sul rischio sismico per tutta la Penisola, ma, nonostante ciò ci ritroviamo, ogni volta, a piangere vittime o a dover ricorrere a procedure di emergenza per non aver rispettato le loro indicazioni all’atto della costruzione di un edificio

L’ho scritto più volte in questa rubrica e lo continuo a ribadire, supportato da chi lo studio dei terremoti lo fa per mestiere: l’unico modo di non morire a causa di un terremoto non è riuscire a prevederlo, ma essere in grado di prevenirne gli effetti.

Ogni volta chi, come me, si dedica alla divulgazione scientifica, spera di non dover più tornare sull’argomento, ma è doveroso ribadire il concetto che un Paese come l’Italia, ricco di ricercatori e culla delle scienze (mi piace sempre ricordare che il metodo scientifico, che ci ha portato a conoscere tanto della natura che ci circonda, è nato qui grazie a Galileo Galilei) non può permettersi di farsi cogliere alla sprovvista da un terremoto di intensità tutt’altro che eccezionale e di vedere interi territori devastati a causa di qualche giorno di pioggia intensa.

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