Con-Scientia. La forza della natura e la stupidità dell’uomo

Ecco perché la tragedia sarda non è stata colpa del riscaldamento globale, ma solo della pessima gestione del territorio

L'appuntamento di questa settimana con Con-Scientia è sicuramente tra i più tristi di tutta la vita della rubrica, essendo doverosamente dedicato alle vittime dell’alluvione in Sardegna avvenuta la settimana scorsa.

Sebbene negli ultimi anni eventi simili a quello sardo sembra siano aumentati in numero ed intensità, è giusto analizzare meglio la questione, così da capire se, come spesso si fa in seguito al primo impatto emotivo, la colpa di tali stragi è effettivamente da addossare al mutamento del clima ed alla irresistibile “forza della natura”.

Nel caso della Sardegna sono stati tirati in ballo i “cicloni extratropicali” o “medicanes” (Mediterranean Hurricanes – uragani mediterranei), formazioni atmosferiche molto simili agli uragani classici, con la sola eccezione della forza, meno devastante rispetto ai suoi “fratelli maggiori”.

Per generare un uragano c’è bisogno che la superficie del mare sia abbastanza calda da innescare una instabilità nell’atmosfera e rendere l’aria molto umida, dando vita ad un circolo vizioso che permette all’atmosfera, fredda rispetto all’acqua, di assorbire energia ed umidità dal mare, fin quando tutta l’acqua e l’energia caricate in questo modo non vengono rilasciate al suolo sotto forma rispettivamente di pioggia e venti di grande intensità.

Stante così la situazione sembrerebbe dunque ovvio associare eventi luttuosi come quello sardo al cambiamento delle condizioni climatiche del Mediterraneo, che, da mare temperato quale è sempre stato, sembra stia raggiungendo condizioni sempre più simili ai mari tropicali.

Nonostante questa prima impressione, ho voluto approfondire la mia conoscenza a riguardo dei “medicanes”, strutture atmosferiche delle quali avevo già sentito parlare nel corso della mia esperienza in qualità di esperto di modellistica atmosferica, ma di cui non mi ero mai interessato nel dettaglio.

Ho quindi effettuato una ricerca in rete, trovando alcuni articoli scientifici sull’argomento, in particolare sulla frequenza e le dinamiche di formazione di queste strutture: dai più recenti studi sembra che non si dovrebbero formare più di due cicloni extratropicali all’anno e che, contrariamente alle aspettative, il loro numero potrebbe diminuire nel corso degli anni, sebbene l’intensità del singolo evento sembra destinata ad aumentare.

Cosa principale è che il medicane, per essere definito tale, deve avere la tipica struttura di un uragano, ovvero con un occhio centrale ben definito e privo di nubi, una temperatura nelle vicinanze dell’occhio più alta che in periferia (anomalia positiva) ed una struttura verticale molto ben definita, ovvero il minimo di pressione al suolo deve corrispondere al minimo di pressione in quota.

Le letture delle carte meteo e dei pareri di esperti climatologi mi hanno poi confermato il sospetto che quello sulla Sardegna non era affatto un medicane, così come non lo è stato quello che ha messo in ginocchio la citta di Genova nell’autunno del 2011: entrambi questi eventi, così come altri meno potenti e disastrosi registrati di recente sulla nostra penisola, sono quindi da catalogare tra le semplici perturbazioni che in autunno colpiscono il bacino del Mediterraneo.

Come ogni perturbazione, poi, la fisica fondamentale applicata all’atmosfera fa sì che in ogni zona dell’emisfero boreale di bassa pressione, lì dove l’aria tende a salire verso l’alto, la circolazione avvenga secondo un moto ciclonico, ovvero in senso antiorario per effetto della forza di Coriolis. Non dovrebbe quindi essere una notizia da prima pagina se in una determinata zona dell’Italia è in arrivo un “ciclone”, visto e considerato che praticamente ogni volta che ci troviamo sotto la pioggia siamo tecnicamente all’interno di un ciclone: e da ciò si dovrebbe evincere che è fuori luogo dare nomi di fantasia ad ogni perturbazione ciclonica in arrivo.

Se quello sardo non è stato un medicane, ma, semplicemente una perturbazione particolarmente violenta, tra l’altro ampiamente prevista da ogni centro meteo italiano, con conseguenti allerte diramate, sembra abbastanza assurdo dare la colpa delle morti alla devastante ed irrefrenabile “forza della natura”.

Ricordo ancora il caso dell’alluvione di Genova del 2011, quando dopo qualche giorno si venne a sapere dell’interramento del fiume all’interno della città, il quale, caricandosi di acqua per le forti piogge, aveva poi causato i problemi principali.

Alla luce di ciò, se in Italia non capiamo che il territorio sul quale viviamo non è nostro, ma è sempre stato della natura, che richiede degli spazi dove far esondare i fiumi, le tragedie dovute alle forti piogge non finiranno mai: e non sarà colpa del riscaldamento globale, ma solo della cieca amministrazione del territorio.

E a chi ribatterà che in Sardegna in un giorno è caduta tanta pioggia da eguagliare quella che in media ne cade in un anno io rispondo prontamente che le medie sono valori statistici, basati su rilevazioni variabili: chi si aspetta di registrare solo valori medi o non ha mai studiato la statistica o è in malafede.

Seppure molti di voi penseranno che non è questo il momento delle polemiche, io credo invece che se non è in questi momenti che si cerca di far capire quanto la cattiva gestione del territorio possa far male ai cittadini, difficilmente la mentalità comune potrà iniziare a cambiare.

 

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