Con-scientia. Cantare in coro ci rende comunità?

Anche se gli interrogativi aperti non sono pochi andiamo alla scoperta del connubio tra canto e ritmo cardiaco

Che cantare faccia bene al cuore lo si è sempre, se non saputo, almeno immaginato, tanto è vero che, per dirla con Amedeo Minghi, “cantare è d’amore”.

Come spesso accade negli ultimi tempi, però, un rigoroso studio scientifico sul ritmo cardiaco ei componenti di un coro ha appurato in maniera definitiva che i coristi, dopo aver iniziato la performance, sincronizzano i loro battiti cardiaci, accelerandoli o rallentandoli all’unisono.

Lo studio, condotto dal musicologo svedese Bjorn Vickhoff e pubblicato su Frontiers in Psycology, ha messo alla prova un coro di diciottenni, monitorandone il battito cardiaco in presenza di stimoli musicali differenti: un minuto di assenza di musica seguito poi da un esercizio di mantenimento di una singola nota (lasciando ognuno respirare quando desiderato), quindi da un canto di un inno ed infine dal canto di un lento mantra con il respiro concesso solo tra le varie frasi.

Nonostante altre variabili prese in considerazione (come la temperatura delle dita dei componenti del coro) non siano risultate allineate tra loro, è balzato subito agli occhi dei ricercatori che durante il canto dell’inno i cuori dei cantori effettivamente iniziavano a pulsare allo stesso ritmo, quasi come se si trattasse del cuore di un singolo organismo vivente.

Le ipotesi nate da questo studio sono state numerose ed in particolare Vickhoff ed i suoi collaboratori si sono chiesti se questa sincronia non possa essere indice di una unione profonda che si attua all’interno di un gruppo (non solo canoro): in particolare, i membri di un gruppo sono portati ad uscire da una visione egocentrica del mondo per passare ad una, appunto, di gruppo. Questo cambiamento di punto di vista potrebbe essere associato ad un modo per aumentare le speranze di sopravvivenza, così come molti animali minacciati dai predatori si uniscono in gruppo per limitare le perdite, riallacciandosi all’evoluzione darwiniana.

Al termine dello stesso articolo è poi stata anche avanzata l’ipotesi che il motivo per il quale un atleta riesce a sentire meno la fatica dopo aver corso per un breve periodo rispetto all’inizio possa essere dovuto ad un meccanismo simile, grazie al quale l’organismo, entrando in sincronia con un ritmo (che possa essere quello delle gambe o un ritmo musicale) riesce ad aumentare l’efficienza dello sforzo, così da diminuire il consumo energetico.

Quello che è certo è che questo, come tanti altri studi simili, stanno aprendo sempre di più la conoscenza del nostro organismo e del connubio reale che c’è tra benessere psicologico e fisico, mostrandoci che tutti i comportamenti nei quali ci rifugiamo per migliorare la nostra condizione non sono solo abitudini, ma derivano da un benessere che realmente si raggiunge.

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