Un capitalismo più umano è possibile?

È lecito invocare una finanza che lavori per lo sviluppo umano e sociale? Il paradigma etico si apre la strada con più energia, grazie anche ad economisti del calibro di Amartya Sen

Il sistema finanziario mondiale funziona grazie a strumenti quali transazioni, obbligazioni, titoli pubblici, e costituisce il nucleo delle relazioni economiche globali, fattore critico di ogni rapporto di potere. Un ingranaggio perfetto. Eppure negli ultimi anni le attività di scommessa, di speculazione, per trarre più denaro dal denaro, stanno prendendo il sopravvento in modo pericoloso. Di qui la necessità di introdurre più moralità nella finanza. L’etica degli affari (business ethics) si sviluppa in America negli anni Settanta per iniziativa del filosofo De George e del preside della Business School, Pichler. Entrambi mettono in discussione il dogma del “business amorale”, che permeava la credenza comune secondo cui “gli affari sono affari” e che separava irrimediabilmente la sfera dell’economia dalla quella dell’etica. I fautori del business ethics sostengono invece, seguendo una tesi di De George, che “l’attività del business è un’attività umana, essa può essere valutata dal punto di vista morale, esattamente come può esserlo qualsiasi altra attività umana”. La finanza etica rappresenta solo una piccolissima fetta dei mercati finanziari mondiali e il pericolo è che venga fagocitata dal sistema capitalistico. L’unica soluzione è  imboccare la strada della sperimentazione, in modo da rendersi visibile e conseguentemente più solida. Le pratiche finanziarie alternative infatti sono in crescita, e anche se fragili raccolgono consensi diffusi che permettono di creare una solida base civica. Questo avviene perché la gente si sente sempre più estranea agli ingranaggi del sistema bancario, delle borse, e ne percepisce più consapevolmente l’assurdità.
È lecito, allora, invocare una finanza che si rimetta al servizio dei bisogni primari, che lavori per lo sviluppo umano e sociale? Sì, a giudicare dalle esperienze in Italia e all’estero. Basti pensare alle mutue autogestite (MAG) o alla costituzione di una banca etica che rispondono ad una domanda crescente di investimento “pulito”. Il paradigma etico si sta aprendo la strada con sempre più energia, grazie anche ad economisti del calibro di Amartya Sen che richiama con forza la sinergia tra economia ed etica. Sen sostiene infatti che l’economia del benessere può essere arricchita prestando un’attenzione maggiore al fattore morale, e l’etica a sua volta, per osmosi, può trarre benefici da un più stretto contatto con l’economia. Il  benessere di cui parla Sen non consiste solo nel disporre di un reddito più alto, ma si traduce in una migliore qualità della vita. La creazione di un vero e proprio “business sociale” è anche la vocazione di Muhammad Yunus, fondatore in Bangladesh nel 1977 della Grameen Bank, un istituto di credito indipendente che pratica il microcredito senza garanzie. Siamo di fronte ad una nuova dimensione, un’inedita forma di capitalismo e di impresa che si basa sull’altruismo delle persone e che pone al centro del suo operato le piaghe sociali ed economiche che da sempre si abbattono sul genere umano: fame, malattie, mancanza di istruzione e di strumenti per potersi riappropriare di una vita dignitosa. Il business sociale può davvero trasformare la società, liberando la forza dell’altruismo e della trasparenza, e cancellare “tutte le false concezioni di comportamento umano nel mondo economico”.

Commenta su Facebook