Con-Scientia. Il sogno pericoloso della fusione fredda

Periodicamente viene annunciata la sua scoperta, ma senza una base teorica è destinata sempre a fallire
Uno dei sogni dell’uomo contemporaneo è trovare la soluzione al problema dell’energia: è difficile rinunciare alle comodità alle quali ci siamo abituati, ma è anche pericoloso continuare a sfruttare le risorse del pianeta come stiamo facendo. Una delle soluzioni proposte è quella dell’energia nucleare, che, però, produce scorie praticamente eterne, difficilmente stoccabili. Altra storia sarebbe riuscire a produrre energia da una fusione nucleare a temperature estremamente più basse di quelle “classiche” ed alle quali si verifica all’interno delle stelle. È questo il caso della cosiddetta “fusione fredda”, chiamata anche LENR (Low Energy Nuclear Reaction) in inglese, la cui scoperta viene ciclicamente annunciata e poi smentita dagli esperimenti. Discorso diverso sembrerebbe quello di cui si è parlato qualche settimana fa, quando un importante professore di fisica dell’Università di Bologna, con la collaborazione di un ingegnere, ha dimostrato alla comunità scientifica che, grazie ad un macchinario di loro invenzione, è possibile produrre una quantità di energia enormemente maggiore di quella utilizzata con pochissime scorie. Secondo i due inventori la base del processo è l’ingresso di un nucleo di idrogeno all’interno di un nucleo di nichel e potrebbe costituire la “svolta verde” della ricerca di energia. Peccato che la comunità scientifica non è totalmente d’accordo con i due personaggi sopra citati, in quanto, se è vero che questo macchinario a loro sottoposto ha riscaldato acqua con molta più energia di quanto dichiarato in ingresso, è anche vero che non è stato permesso a nessuno di “aprire” la macchina per verificarne il funzionamento, né, tantomeno, esiste una base teorica per il processo annunciato dai due inventori. Uno dei test per la effettiva presenza di fusione nucleare fredda è quello della misura di raggi gamma provenienti dalla sorgenti di energia. Ogni reazione nucleare conosciuta rilascia questo tipo di radiazione e la tesi degli scienziati era, dunque, che, se il processo generatore di energia fosse stato effettivamente quello ipotizzato, una enorme quantità di raggi gamma sarebbe dovuto essere presente. Purtroppo per i due inventori i risultati sono stati opposti, con una quantità di radiazione gamma perfettamente all’interno della media ambientale. Nonostante questo sia un risultato che tenderebbe a bocciare la loro teoria i due inventori non si sono rassegnati ed hanno addirittura brevettato il loro macchinario, dando vita ad un enorme problema. Come scritto prima, nessuno dei fisici presenti all’esperimento è stato autorizzato ad ispezionare il macchinario al suo interno per comprenderne il principio di funzionamento. Questo perché il tutto è sottoposto a brevetto ed una apertura al pubblico potrebbe gravemente danneggiare l’azienda produttrice del macchinario. A questo punto è abbastanza naturale chiedersi se, per la convenienza economica di un brevetto, sia lecito privare l’intera comunità scientifica (se non l’umanità stessa) delle conoscenze necessarie a chiarire un dilemma tanto importante e complicato. Se il macchinario funzionasse effettivamente come proclamato dagli inventori sarebbe davvero una invenzione in grado di rivoluzionare il mondo e di salvare il pianeta, mettendo al bando sia i combustibili fossili che lo esauriscono, sia le centrali nucleari che lo intasano di scorie pericolose. Il problema è che la teoria dei due inventori non sembra stare in piedi e non potrà mai essere verificata correttamente finché il principio di funzionamento del macchinario non verrà sottoposto ad una accurata analisi da parte di soggetti competenti ed indipendenti. Non c’è scienza senza consenso comune. È una questione della quale abbiamo scritto nella prima puntata di questa rubrica, quando, parlando del metodo scientifico, accennammo alla prassi secondo cui vengono pubblicati i lavori scientifici. Essi devono essere sottoposti alle critiche di alcuni esperti del settore, che hanno il compito di trovare eventuali pecche del lavoro, così da poter suggerire agli autori delle correzioni o, nei casi più gravi, bloccarne la pubblicazione, dimostrandone la inesattezza. Mi sembra, inoltre, alquanto pericoloso commercializzare un prodotto che sulla carta è capace di produrre una immensa quantità di energia senza essere certi del principio fisico che ne è alla base: potrebbe diventare dannoso e pericoloso da un momento all’altro e nessuno ne conoscerebbe gli effetti.

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