Con-scientia. Terremoti: prevederli ancora non si può, prevenirne gli effetti sì

Diverse le teorie sviluppatesi dal 1910 ad oggi. Avallate le previsioni a lungo termine, bandita l'imminenza degli eventi sismici
Negli ultimi tempi questa rubrica si è occupata di argomenti abbastanza leggeri, ma è ora giunto il momento di parlare di un argomento molto delicato e, almeno per chi scrive, non poco triste. La nostra attenzione sarà, infatti, rivolta ai terremoti, cercando di capire perché avvengono e quali sono i modi per evitare che essi creino danni e vittime. Come ogni altro fenomeno naturale il terremoto non è “cattivo” di per sé. È anzi la prova che il nostro pianeta è ancora vivo e pieno di energia. L’energia contenuta nella Terra è, infatti, tanto alta che lo strato appena sotto la crosta terrestre è viscoso, permettendo alla crosta soprastante di “scivolare” su di esso, così che le zone in cui “pezzi” diversi di crosta si scontrano causano un terremoto. Questa zone sono dette faglie, mentre i pezzi di crosta sono chiamate zolle, o placche. Fin dall’inizio del secolo scorso sono state avanzate ipotesi su come prevedere i terremoti ed una delle prime teorie, sviluppata da Reid nel 1910, immagina un meccanismo molto simile ad una molla. Per essere più chiari, un molla resiste fino ad un certo carico dopo il quale scatta. Così questa teoria, chiamata del “rimbalzo elastico”, ipotizza che la crosta immagazzina energia fino ad un certo punto, oltre il quale scatta come una molla, generando un terremoto. Secondo questa teoria, dunque, un accumulo graduale e costante di energia dovrebbe semplicemente generare una serie regolare (e perfettamente prevedibile) di terremoti. Sfortunatamente, non solo questa teoria è una estrema semplificazione del meccanismo alla base dei terremoti, ma la differenti caratteristiche delle varie zone della crosta terrestre e le interazioni dei vari terremoti tra loro, rendono tale tecnica scarsamente utilizzabile. In parole povere, per poter utilizzare questa teoria bisognerebbe conoscere perfettamente le caratteristiche chimico-fisico della crosta in ogni punto della Terra e riuscire a tener conto delle deformazioni delle placche causate dai vari terremoti. Utilizzando questa tecnica è però possibile riuscire a stimare le zone a maggior rischio sismico ed anche, in maniera molto approssimata, il tempo che ci separa dal prossimo grande terremoto. Sono queste le cosiddette previsioni a lungo termine, utili certamente per capire dove costruire con criteri antisismici più severi, ma non certo per allertare la popolazione per un terremoto imminente. È come dire che in California si scatenerà un terremoto talmente distruttivo da separare la California dal continente. Sappiamo che avverrà, ma non sappiamo quando. Una previsione, per poter essere davvero utile ai fini di una allerta, deve possedere le seguenti sei caratteristiche: 1) deve specificare un intervallo temporale nel quale il terremoto avverrà, 2) deve indicare una ben determinata zona, 3) deve specificare la magnitudine, 4) deve presentare le incertezze nelle stime dei primi tre punti, 5) deve fornire indicazioni sulle probabilità che il terremoto avvenga altrove e 6) deve essere scritta e presentata in forma tale da essere accessibile alla comunità scientifica, così da poter essere verificata rigorosamente. Negli ultimi tempi, soprattutto, purtroppo, dopo il terremoto in Abruzzo del 2009, si è fatto un gran parlare della possibilità di prevedere terremoti sulla base delle emissioni di radon dal sottosuolo. L’utilizzo del radon come precursore sismico non è affatto nuova, se si considera che la letteratura scientifica lo cita almeno dal 1980. Quasi tutti gli articoli scientifici, però, sono a posteriori, ovvero collegano terremoti avvenuti con la precedente fuoriuscita di radon e praticamente nessuno è riuscito mai davvero a prevedere un terremoto usando il radon a priori. Tutto ciò per vari motivi. Una grande emissione di radon in un determinato punto non è necessariamente indicativa di un grande terremoto in quel punto perché quel radon può provenire da un punto abbastanza lontano della Terra arrivando in superficie seguendo delle fratture. Una piccola emissione può dunque sia anticipare una piccola scossa nelle vicinanze, sia una grande scossa in lontananza. Tutto questo è evidentemente ben lungi dal soddisfare molti (se non tutti) i sei criteri elencati in precedenza. Qualcuno potrebbe sempre obiettare che una cattiva previsione è sempre meglio di nessuna previsione. Ora vi dimostrerò il contrario. Qualche giorno prima del grande sisma del 2009 che ha messo in ginocchio L’Aquila fu effettuata una previsione di terremoto che indicava una scossa molto forte a Sulmona. Supponiamo che le autorità avessero deciso di trasferire gli abitanti a L’Aquila, che all’epoca, secondo le “previsioni“ basate sul radon, sembrava al sicuro. Ebbene, nel giro di qualche giorno la popolazione aquilana sarebbe quasi raddoppiata ed il terremoto all’Aquila avrebbe causato molte più delle già troppe 300 vittime avvenute. Come vedete un uso del genere di previsioni poco rigorose è tutt’altro che consigliabile, anche se l’avanzamento degli studi sul collegamento tra terremoti ed emissioni di radon è auspicabile. Allo stato attuale delle cose, però, il modo migliore che abbiamo per evitare che i terremoti causino morti è affidarsi alle previsioni a lungo termine, conoscendo le zone a rischio ed attenendosi alle severe norme di costruzione, in modo che la probabilità di morire sotto le macerie di un palazzo crollato diminuiscano sensibilmente. Per la domanda di oggi, vi chiedo come sarebbe dovuta essere formulata una vera previsione di terremoto per poter essere considerata scientificamente attendibile. Per la domanda della settimana scorsa, invece, il teletrasporto di un elettrone è equivalente ad un suo viaggio nel tempo perché nel teletrasporto si sposta l’elettrone nello spazio e non nel tempo, mentre nel viaggio nel tempo lo spostamento è nel tempo e non nello spazio. Come sempre, le risposte, ma qualunque altra domanda o segnalazione, possono essere inviate a con-scientia@fastwebnet.it.

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