“Vinti e Vincitori”: l’Olocausto secondo Ranieri Ciu

In occasione del giorno della Memoria la rappresentazione della Compagnia della Città & Fabbrica Wojtyla

Caserta - Esiste una visione radicata e profonda dell’Olocausto, insinuatasi  nelle menti della maggior parte degli uomini contemporanei. “Un quadro” come, lo chiamava Bauman, appeso sullo sfondo di un candido parato e confezionato in una cornice grigia dall’ ineccepibile significato: in un certo momento storico, in un dato posto del globo, si è consumato un orribile crimine, il quale ha visto un popolo inerme perire nella morsa di una incommensurabile abiettezza: un carnefice maniacalmente organizzato e detentore di una forza tale da relegare il resto del Mondo al ruolo di inerme spettatore. Eppure a circa 50 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, un pezzo della sociologia moderna decise di distogliere lo sguardo dalla massa, cercando di comprendere quello che fu il meccanismo intrinseco di un fenomeno tanto complesso quanto inspiegabile, intuendo quanto la diffusa concezione che l’Olocausto rifletteva dai postumi della sua attuazione concentrava nella “malattia tedesca” il bisogno di mantenere intatta l’integrità dell’etica e della morale umana,  relegando quell’episodio canceroso all’interno di un più conciliante recinto.

Ed è allora che accadde. Accadde che Bauman e quel pezzo di sociologia guardarono meglio nella cornice grigia e scoprirono che quello non era una quadro, bensì una finestra e che solo attraverso di essa sarebbe stato possibile cogliere “una rara immagine di cose altrimenti invisibili”. E tanto più scorgevano maggiori dettagli, tanto più l’angoscia li attanagliava, fino a percepire con arrendevole realismo, che da quel momento ogni uomo, di ogni epoca e di ogni luogo, che avesse scelto di non vedere oltre quel muro, lo avrebbe fatto a proprio rischio e pericolo.

Appresa tale consapevolezza, oggi so che se dovessi spiegare a qualcuno l’importanza della memoria nella sua più vitale interezza, lo accompagnerei tra le righe di “Modernità e Olocausto”, gli leggerei i saggi di Hannah Arendt, o forse più semplicemente gli narrerei le storie dei mie nonni, cercando di replicare invano, la stessa concitata commozione degli occhi. Ma se avessi solo un’ora o poco più per concentrare tutto quel che di viscerale c’è nell’esaltazione dell’animo umano, nella sua inderogabile necessità di non lasciar cadere quel tedioso fardello che altro non è, che l’eredità più antropica del male, lo condurrei a teatro per assistere all’opera che da 14 anni rende omaggio alla bellezza artistica della Compagnia della Città e Fabbrica Wojtyla.

Perché “Vinti e Vincitori”, lo spettacolo scritto nel 2005 da Patrizio Ranieri Ciu ed Alfonso Martucci, resta per maestosità e potere evocativo uno dei più virtuosi ed efficaci strumenti di lotta al negazionismo, utilizzando come punto di forza un indotto obbligo alla riflessione che trattiene, sospese nel tempo e nello spazio, storie di milioni di volti e milioni di voci, reincarnate per l’occasione in corpi di attori dal talento straordinario. E così, nell’ imperituro andirivieni di un processo dal sapore dolcemente pirandelliano, si susseguono le tesi di sostenitori e revisionisti, di chi ha scelto la verità oltre la finestra e di chi, invece, continua a fissare il quadro. Ma mentre i difensori si limitano a snocciolare il contesto storico di un’epoca obliosa, l’accusa contro l’eccidio rievoca, a testimonianza della propria tesi, le anime di vittime e carnefici, in quel valzer di nenie malinconiche e strazianti grida di chi ha perso prima la dignità e poi la vita. Confessioni, echi  di abomini e stralci di destini impietosi che riemergono sotto i passi delle piccole cavie di Josef Mengele, tra la seta delle vesti di una ragazza prostituita e gli stracci consunti di una casacca a righe, involucro alienante di uno spirito inquieto che canta di mari d’inchiostro.  

Con un ago che oscilla tra la condanna e l’imparzialità, il processo di Ranieri Ciu non replica in maniera onirica le giornate di Norimberga  né quelle di Eichmann a Gerusalemme, non affolla un tribunale preciso, non si trova in uno stato fisico se non quello dell’animo e soprattutto non sancisce il castigo con un colpo di martello. Perchè la verità, quella che trova fondamenta solo nel desiderio di umanità, quella vera che trasuda compassione, empatia e resilienza,  necessita di continuo esercizio e giace, già in posa, nei palmi di una generazione giovane e in evoluzione. Poichè l’Olocausto, inteso non solo come evento storico ma come espressione più degradante della viltà della razza umana, conserva in quella che fu la sua assoluta imprevedibilità, la dimostrazione lampante che perfino le arti supreme della scienza, della tecnologia e della conoscenza, non solo non bastano a contrastare la follia dei totalitarismi, ma che spesso assumono, in un processo di trasformazione apparentemente incomprensibile, la funzione di strumenti cardine atti alla distruzione di quelle carezzevoli certezze che da sempre costituiscono i pilastri inamovibili della società globale. Così, Vinti e Vincitori, attraverso la sua drammatica evoluzione si conclude con l’unica, vera, consapevolezza possibile: quella che dimostra “che ci sono crimini che gli uomini non possono né punire né perdonare”. Perché, come Hannah Arendt scriveva “quando l’impossibile è stato reso possibile, è diventato il male assoluto (…) che non poteva più essere compreso e spiegato coi malvagi motivi dell’interesse egoistico, dell’avidità, dell’invidia, del risentimento. E che quindi la collera non poteva vendicare, la carità sopportare, l’amicizia perdonare, e perfino la legge punire.”

 

 

 

 

 

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