Capodrise. A Palazzo delle Arti, l'universo femminile nel "Silenzio di Ophelia"

Ispirata all' opera di Shakespeare, la rassegna è prodotta dall' associazione "Capitrisi" e nata da un'idea di Michelangelo Giovinale

Capodrise -  Un viaggio nell’inquietudine. Dal 7 (vernissage alle 19.30) al 22 luglio, al Palazzo delle Arti di Capodrise, “Il silenzio di Ophelia” attraverserà l’articolato universo femminile del dolore: dai turbamenti dell’anima alle afflizioni d’amore, dalla sopraffazione della mente alla violenza sul corpo, fino alla lucida follia omicida di cui si parla e si scrive molto ma di cui si comprende ancora troppo poco. Ispirata al personaggio dell’“Amleto” di William Shakespeare, “Il silenzio di Ophelia”, prodotta dall’associazione “Capitrisi” di Francesco Fraio, è una rassegna nata un’idea del curatore d’arte Michelangelo Giovinale ed è frutto della collaborazione con il sindaco di Capodrise, Angelo Crescente e con l’assessore alla Cultura, Antonella Marotta, e della consulenza editoriale del giornalista e copywriter Claudio Lombardi. L’esposizione ha come partner istituzionali l’Ordine degli architetti di Caserta, il liceo artistico “Buccini” di Marcianise, il liceo artistico “Richi Nervi” di Santa Maria Capua Vetere e il centro studi “De Gasperi” di Capodrise e gode dei patrocini del Ministero dei Beni culturali, della Giunta e del Consiglio regionale della Campania e della Provincia di Caserta.

Le voci di Ophelia 
“Il silenzio di Ophelia” è, soprattutto, una mostra d’arte: un percorso espositivo di 13 artisti contemporanei, scelti per la loro sensibilità al tema (Antonella Botticelli, Pasquale Coppola, Alfredo Cordova, Anna Giordano, Agnieszka Kiersztan, Pietro Maietta, Andrea Martone, Laura Niola, Gloria Pastore, Mimmo Petrella, Carmine Posillipo, Peppino Restivo e Nicola Villano). Provengono da storie, formazioni ed esperienze diverse e al Palazzo delle Arti si incontreranno, per la prima volta, con il desiderio di confrontarsi e di interrogarsi sull’inquietudine delle donne. Le opere, nelle diverse e, talvolta, distanti declinazioni, offriranno una mappa di ciò che si manifesta guardando la sofferenza negli occhi. L’esposizione sarà articolata per “stati d’animo”, capaci di costruire percorsi dell’immaginario, che, nella sfera dei sentimenti femminili, cercano un punto di intersezione. 

I ritratti dell’anima 
L’apertura della mostra sarà preceduta dalla proiezione del cortometraggio “Pianosequenza” del regista Alessandro Musone, nel quale gli artisti hanno raccontato la loro esperienza sul tema di “Ophelia”.  Le testimonianze hanno restituito 13 inediti e struggenti ritratti dell’anima: ognuno ha rivelato come il “fare arte” sia stato uno straordinario strumento di denuncia, di utilità sociale, di riavvicinamento a un mondo interiore, a una dimensione palpabile che i tempi moderni hanno soppresso in nome della velocità e del consumo. L’arte è lentezza, è recupero del tempo e dei tempi, di cui l’uomo deve tornare a servirsene, nutrendosi. L’arte è verità.

Tra allievi e maestri
Nel nome di “Ophelia”, il Palazzo delle Arti sarà un contenitore aperto alla sperimentazione. Tra gli altri eventi collegati alla mostra ce ne sono due cui l’organizzazione tiene in particolare. Il primo è “Art work”, una sezione, curata da Alfredo Cordova e Vittorio Vanacore, con opere di giovani talenti provenienti dai vivai dei licei artistici della provincia. Gli allievi e i maestri insieme: un esercizio didattico e una proiezione di ciò che il Palazzo offrirà alle generazioni future. Il secondo è “Contro campo”, un intimo reportage della fotografa Fabiana Maietta sull’arrivo degli artisti al Palazzo. Un dietro le quinte che, di scatto in scatto, si è saputo far spazio sul palcoscenico della mostra.

Tante vite al Palazzo
«La varietà dei linguaggi espressivi costituisce la forza della rassegna, la sua ricchezza», dichiara Michelangelo Giovinale. «L’intento era quello di verificare, anche attraverso differenti generi dell’arte, la possibilità di riannidare un dialogo tra l’artista e la società. Di ritrovare una sintonia tra la pluralità degli stili, la contaminazione comunicativa e il mondo circostante. È, in fondo – conclude il curatore –, la funzione sociale dell’arte, cui non si può, non si deve, rinunciare».

 

 

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