'Tentata memoria', lo spettacolo di Nicola Laieta al Teatro Civico 14

Lo spettacolo si inserisce nella Rassegna di Teatro a cappello-Sciapò e si terrà domenica 11 gennaio 2015

Caserta - Per la rassegna di Teatro a cappello Sciapò andrà in scena al Teatro Civico 14 di Caserta, domenica 11 gennaio 2015, lo spettacolo Tentata Memoria diretto da Nicola Laieta. La drammaturgia e l’ideazione della piéce portano la firma di Eduardo Ammendola, neuropsichiatra infantile, psicoterapeuta e attore/regista teatrale ottavianense, che parte dai suoi ricordi di infanzia e non solo per raccontare la storia di Mimmo Beneventano. Medico, comunista militante, cattolico praticante e consigliere comunale dal 1975 a Ottaviano, Beneventano ha sempre dimostrato di aver coraggio nel denunciare pubblicamente gli atti camorristici di Raffaele Cutolo e di chi lo seguiva, usando parole dure e dirette. Ma il suo coraggio è stato punito nel novembre del 1980 quando le minacce sono diventate realtà e il giovane medico viene sparato e ucciso davanti alla madre. Da questo momento Eduardo ha cominciato ad incontrare nel suo cammino Mimmo: nei sogni, nei racconti di chi lo ha conosciuto, nelle sue poesie e quasi sempre per caso. Le rappresentazioni di Tentata memoria sono organizzate per offrire e favorire esperienze del proprio territorio e del proprio tessuto sociale, emotivamente pregnanti e cognitivamente significative e d’orientamento alle scelte e al passaggio cui i minori e le relative famiglie sono chiamati nel loro ciclo vitale di microcomunità fondanti la macrocomunità.

Il lavoro di gruppo della messa in scena di questo monologo/evento nasce da tre urgenze. La prima è quella di tenere viva una storia che tende a sparire e sminuirsi. La seconda è quella di fare tesoro delle persone che hanno cura e di trasmetterne l’eredità. La terza è quella di fare tutto questo in un modo non tipico dello spettacolo e dell’arte nelle loro convenzioni attuali, ma tipico della nostra antropologia d’origine. In epoche passate si cantava e si raccontava perché era necessario, e non perché era un lavoro. Chiunque poteva farlo, facendo qualunque altro lavoro per vivere. La scena era di chi se la prendeva ed era tutta offerta alla gioia, al dolore, alla memoria collettiva, senza professionismo obbligatorio. Provare a fare tutto questo oggi, con la collaborazione dellaFondazione Mimmo Beneventano, ha un valore enorme e che consente di tenerci vivi nella civiltà della nostra comunità, di rivolgerci al nostro ecosistema e alla nostra gente con un senso di crescita, di pace e di pazienza, per dare e ricevere a nostra volta crescita, pace e pazienza.

«Questo non è uno spettacolo teatrale. Forse lo era alla sua nascita, otto anni fa. Questa oggi è un’orazione civile che ha bisogno provvisoriamente di un teatro, e fondamentalmente di rendere i luoghi un teatro (luogo di visioni e incontri). È ispirata non tanto dalla stretta biografia di Domenico Beneventano ma precisamente dall’Arte e dalla Fiaba ereditate, incarnate e lasciate da lui tra l’abbandono, il segreto, la custodia e l’obbligo di non frequenza. Da otto anni ci guida una fantasia, una suggestione. Immaginate un insolito narratore, in un piccolo angolo di una piazza, in un luogo qualunque di una città vesuviana o di una casa, che comincia a narrare una vita, la vita di un uomo semplice nel suo coraggio, dalla nascita alla morte. La storia/orazione di questa vita particolare è una stratificazione di atti pubblici, testi commemorativi, incontri casuali, voci di paese, poesie e scritti di uomini meridionali illustri, leggende, fantasie probabili ma inventate di sana pianta, scritti di alcuni uomini e/o poeti del meridione che chissà come si vanno incrostando a volte in posti impensabili delle nostre librerie, camini, scrivanie, cucine, album di foto. Questo insieme complicato e vivo di scritti, fatti e cunti giace come il sud (forse beatamente?) nell’oblio e nel disuso da decenni. Da qualche anno forse c’è una sequenza di risvegli e ricadute, come un coma inquieto. Da sempre però, e sempre più, il loro racconto scintilla nei dopocena, nelle sere di frescura dopo il caldo, mai ad alta voce per strada, sempre al caldo dei cari. Ecco, il momento più acceso della nostra fantasia, del nostro sogno, avviene proprio in questo punto: è come se, sazio, un commensale si alzasse, si cercasse una bella panchina sotto un lampione e un rampicante, o semplicemente un posto con un po’ di gente, e ricominciasse a raccontare, ma stavolta a chiunque voglia fermarsi... L’unica vera rivoluzione che manca a tutti i Sud: aprire il cuore alla strada, a comunità più grandi della propria famiglia, al passante, al viaggiatore... quel piccolo grande passo che impedisce ad una delle più grandi terre ospitali (quella dei popoli del sud) il divenire la grandissima civiltà che manca a tutti: il passo da ospitalità a società.  L’orazione dipana a modo suo come la passione e la vitalità possano, comicamente e tristemente, portare alla morte, e quasi sempre per strada, soprattutto quando per strada il Pubblico non c’è. E di come si appartiene a qualcuno che ci ama anche se noi non lo conosciamo.  È una di quelle storie la cui fine (e soprattutto il cui fine) è sempre stata una strada, un luogo aperto. E per questo non è uno spettacolo teatrale, ma un’orazione civile che ha bisogno provvisoriamente di un teatro, e fondamentalmente di rendere i luoghi comuni un teatro (luogo di visioni future e incontri presenti). Rivendichiamo un bisogno: che ogni luogo ritorni ad essere possibilità di visione ed incontro per gli esseri umani». Eduardo Ammendola

Date: Domenica 11 gennaio ore 19.00

Entrata libera, uscita a cappello

Contatti: 0823441399

 www.teatrocivico14.it

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