Continua l'imperterrito menefreghismo della famiglia Cicala. Carlo, dopo aver abbandonato il 'palazzo' ha dimenticato gli abiti da 'imprenditore modello'. Intere famiglie sul lastrico per le inadempienze dell'ex presidente di Confindustria
Gio, 20/08/2009 - 14:10
Il menefreghismo della famiglia Cicala non ha più limiti. I dipendenti della Tesseci srl, in cassa integrazione dal mese di giugno, versano ancora in una situazione di profonda crisi. Ancora non sono state versate le tre mensilità di marzo, aprile e maggio e da giugno, come detto, le maestranze sono passate in regime di cassa integrazione. A questo ha fatto seguito la perdita della quattordicesima che, già un anno fa, la dirigenza riuscì a non pagare ai propri dipendenti. I circa 100 lavoratori sono con l’acqua alla gola mentre Carlo Cicala, dopo aver abbandonato il palazzo di Confindustria, ha dimenticato nelle stanze dell’edificio di via Roma gli ‘abiti dell’imprenditore modello’. Ad una situazione disarmante se ne affianca un’altra relativa al pagamento del Tfr per chi ha deciso, in maniere giustamente lungimirante, di voltare le spalle all’ex presidente di Confindustria ed alla sua azienda tessile. Il trattamento di fine rapporto per chi si è licenziato mesi fa, viene versato a rate. Per chi è rimasto, invece, solo un contentino è stato elargito dal magnanimo Cicala in vista di delle vacanze estive. Ma il trattamento ‘di favore’ è stato riservato solo a pochi, probabilmente per motivi legati alla ‘buona condotta’.
LA SITUAZIONE DEI DIPENDENTI - E’ stata ratifica lo scorso 10 giugno presso l’Ufficio regionale del lavoro la cassa integrazione straordinaria per i 109 dipendenti della Tesseci srl (Tessitura Serica Cicala) che, fino all’8 maggio 2009, erano assunti con contratti di solidarietà a testimonianza della grave crisi del settore tessile che aveva coinvolto anche l’azienda che fa capo all’ex presidente di Confindustria Caserta Carlo Cicala. Si tratta di cassa integrazione straordinaria per crisi dell’azienda, come previsto dalla normativa contenuta nella legge 223 del ‘91 in tema di ammortizzatori sociali. Le rotazioni sono state concordate con le Rsu, ma si dovrà sempre far fronte a quelli che sono gli ordini decisamente ridotti da quando la congiuntura internazionale ha cominciato a condizionare il mercato dell’industria tessile. Le ripercussioni della crisi economica americana si sono avvertite e non poco nel mercato europeo ed italiano. A farne le spese è stato soprattutto il settore tessile-abbigliamento che, ad oggi, continua a registrare cali nei diversi livelli produttivi. La ripresa era attesa solo a partire da metà 2009, grazie a un rafforzamento del mercato statunitense e solo a seguito di un riequilibrio del cambio euro/dollaro. Ma di questa ripresa alla Tesseci non se ne è saputo nulla. In molti paventano, invece, che la crisi in corso potrebbe addirittura favorire una nuova strategia aziendale. Il caso Tesseci nasce proprio in conomitanza con il periodo di peggiore crisi. Era il mese di dicembre quando le maestranze (128 in quel momento) diedero vita a timide forme di protesta per il mancato versamento di alcune spettanze. Da allora la dirigenza, nonostante i diversi tentativi messi in atto per rilanciare la produzione, ha dovuto fare i conti con la triste realtà.
IL CASO TINTO SETA - Discorso a parte per quanto riguarda la Tinto Seta, l’azienda che si occupa della tintura del materiale prodotto dalla Tesseci. In questo caso, per i 13 lavoratori non è stato previsto lo stesso trattamento dell’ammortizzatore sociale in virtù delle dimensioni stesse dell’azienda. Al di sotto dei 15 dipendenti, infatti, si è potuto procedere solo con la cassa integrazione in deroga che, in relazione ai fondi stanziati dalla regione Campania, ha decorrenza nell’anno solare. Per le 13 maestranze della Tinto Seta, quindi, la cassa integrazione non durerà 12 mesi come i colleghi della Tesseci ma solo fino a dicembre 2009.

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