Il ricordo di Don Diana a Casal di Principe: le storie legate agli insegnamenti del parroco

Questa mattina manifestazione per ricordare il 23simo anniversario della morte di don Peppe

Casal di Principe - Un ragazzo cresciuto nelle case popolari alla periferia di Aversa, che dopo quel "maledetto 19 marzo", da alunno di don Peppe, ha deciso di farsi poliziotto e tornare nelle proprie terre d'origine per indagare sui clan. Ma anche un ristorante inaugurato nel giorno dell'anniversario della morte di Don Diana, gestito da scout, come era don Peppe, e ragazzi down, che cucina quasi esclusivamente prodotti provenienti da beni confiscati alla camorra. Due storie diverse, ma profondamente legate all'eredità di don Diana, nate dall'esempio del sacerdote, che parlava senza retorica di legalità e amore per la propria terra, ed era vicino al popolo, soprattutto a chi soffriva. Il poliziotto - scrive l'Ansa - è l'attuale dirigente della Digos della Questura di Caserta Luigi Schettino, 23 anni fa alunno di don Peppe Diana all'I.T.I.S. Alessandro Volta di Aversa (dove il sacerdote insegnava religione), fino a pochi mesi fa funzionario alla sezione della Squadra Mobile di Casal di Principe, chiusa per lavori di messa in sicurezza, dopo aver prestato servizio anche a Casapesenna, paese natio del boss Michele Zagaria. Una scelta di vita, quella di Schettino, condizionata dalla morte di Don Diana. "Ricordo perfettamente il 19 marzo del 1994 - dice Schettino all'Ansa - non eravamo andati a scuola e io mi intrattenevo in un bar vicino casa mia quando, d'improvviso, sembrava che il mondo dovesse finire. C'erano tante auto che correvano verso Casal di Principe. Un continuo, per tutta la mattinata. Quando tornai a casa e lessi la notizia al televideo, fu un vero choc. In quel momento sentii come se qualcosa dentro di me si fosse rotto. Rimasi talmente male che non ebbi la forza di partecipare ai funerali. Quel momento molto forte si è sedimentato in me per anni". "Don Diana - racconta Schettino all'Ansa - è sempre stata una persona vicina ai giovani, che non usava tanti giri di parole e parlava la lingua di noi ragazzi, spesso una lingua difficile, perché la stragrande maggioranza di noi veniva da contesti non facili, e lui era consapevole che tanti sono i modi di trasmettere la parola di Dio. Lui semplicemente utilizzava quello più consono anche per noi adolescenti 'difficili'. Le sue lezioni avevano poco di teologico e molto di vissuto - prosegue il funzionario - e sovente finivano in una partita di pallone nel cortile della scuola. Ma aveva carisma e alle feste comandate riteneva giusto santificarle, e a nulla servivano le nostre battute o rimostranze. A Caserta, nel cuore della città , compie invece proprio oggi due anni il ristorante Piatto Matto, gestito da una coop formata da scout, tre adulti e tredici adolescenti; nel locale vi lavorano anche tre ragazzi down, formando un'unica grande famiglia nel segno di Don Diana. "Siamo un po' tutti figli di don Peppe" dice uno dei soci "adulti", Gianluca Lupo. "L'esperienza delle cooperative che dessero opportunità di lavoro ai ragazzi svantaggiati e disabili sfruttando i beni liberati dalla camorra è nata dopo la morte di Don Diana. I miei scout hanno deciso di dar vita a questa coop dopo aver fatto esperienza nei terreni agricoli confiscati; hanno così creato un laboratorio realizzando con materiali di riciclo gli oggetti più vari, dalle lampade agli orecchini, marmellate finite nel Pacco alla Camorra, e quindi il ristorante, che è stato aperto il 19 marzo del 2016 grazie al Progetto Policoro della Cei, che ci ha permesso di usufruire del prestito della speranza". Purtroppo il laboratorio non ha una sede, perchè "il Comune - spiega Lupo - non ci ha ancora concesso i locali"; e il ristorante non ha ancora fatto breccia tra i casertani, nonostante la qualità dei prodotti, proprio perché provenienti da beni confiscati, sia certificata. "Non siamo ancora un ristorante alla moda, ma lentamente stiamo crescendo. Di certo, come ci ha insegnato don Diana, non molliamo" conclude Lupo

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