Casal di Principe. I familiari delle vittime di camorra: "Lo Stato non ci tutela"

Parlano in conferenza stampa i parenti di chi è stato ucciso per mano della criminalità organizzata

Casal di Principe - Morti perché si trovavano nel momento sbagliato nel posto sbagliato, uccisi per mano della camorra eppure non riconosciuti vittime innocenti per alcune prescrizioni previste nella legge vigente che impone delle limitazioni per il riconoscimento. Limitazioni esagerate, poiché la legge 302/1990 prevede che per avere il riconoscimento bisogna essere estranei ad ambiente e rapporti delinquenziali, in questo contesto, però, sono coinvolti anche coloro che si sono trovati semplicemente a parlare con una persona ritenuta vicina ad un clan. E’ l’esempio di Genovese Pagliuca (ucciso il 19 gennaio 1995 dalla fazione Bidognetti, famiglia che proprio oggi ha subito gli arresti di Teresa e Katia, figlie dell’ex boss). Pagliua non viene riconosciuto vittima innocente perché è stato visto parlare con un ragazzo di 21 anni incensurato ritenuto vicino al clan, nell’unica gelateria del paese al tempo dei fatti.

Nel corso degli anni sono state introdotte altre limitazioni, come nel caso della legge 151 del 2008. In questo caso è previsto che per ottenere i benefici della 302/1990 devono essere “estranei da ambienti criminali non solo le vittime e gli istanti ma anche i parenti o affini entro il quarto grado”. Ovvero il padre del bisnonno, il prozio, il cugino, oppure nel caso degli affini: il bisnonno della moglie o del marito.

Una situazione intricata in cui è necessario “l’intervento del Ministero dell'interno e del governo. E' necessario eliminare l’automatismo della parentela, verificando caso per caso” fa sapere l’avvocato Giovanni Zara che difende alcune delle vittime innocenti di camorra dell’area dell’agro aversano. 

 

All'appello per la modifica della normativa ci sono anche il sindaco di Casal di Principe Renato e le associazioni Comitato don Peppe Diana e Libera, rappresentante da Valerio Taglione e Gianni Solino che hanno partecipato alla conferenza stampa dove i familiari delle vittime hanno voluto far sentire la propria voce e lanciare un appello al governo per chiedere di abbattere le discriminazioni. "Non capiamo perché lo stato tutela i collaboratori di giustizia e non noi" dicono i familiari che hanno fatto un plauso al lavoro di magisturatura e forze dell'ordine per il lavoro che quotidianamente svolgono sul territorio.
 

 

Una conferenza in cui si è accennato anche ad un altro caso molto particolare, ovvero quello relativo ad Augusto Di Meo, fotografo di Casal di Principe che ha assistito e testimoniato in aula indicando gli assassini di don Peppe Diana, ma che fino ad ora non si è mai visto riconoscere ufficialmente lo status di testimone di giustizia.

 

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