La polveriera, la seconda guerra mondiale ed il salvataggio di Carditello nel racconto di Eva Dello Nigro

All'interno la storia di una piccola grande eroina nata tra le mura della reggia

San Tammaro - Dopo l’annuncio della manifestazione che si terrà il prossimo sabato, 29 ottobre, capita d’incontrare, ai cancelli del Real Sito di Carditello, anziani con i relativi familiari, che ricordano tempi passati: “Sabato ci sarò – dice, Antonio, il sorridente novantenne accompagnato dai nipoti -. Voglio rivedere la reggia perché qui, da giovane, ci sono stato in parecchie occasioni. C’era lì una fontana dove sgorgava un’acqua ghiacciata – indicando il punto all’interno dell’emiciclo -. Mentre sbrigavo le mie faccende ci legavo il cavallo, che si rifocillava pure lui”. Quella dell’arzillo, Antonio, è la storia dei molti contadini della provincia che ritrovavano a Carditello per versare il contributo al Consorzio, l’ente preposto all’erogazione dell’acqua per l’irrigazione dei campi. Tante le donne e gli uomini legati alla fattoria borbonica, testimoni di un'esistenza di cui, per certi aspetti, si avverte la mancanza. Anche, Eva Dello Nigro, deceduta il 25 luglio del 2014 all’età di ottantaquattro anni, aveva espresso il desiderio di tornare nella piccola reggia di campagna; purtroppo, però, non ne ha avuto la possibilità. Una donna preziosa e involontaria eroina, la cui vicenda ha riecheggiando nella memoria dei congiunti senza mai, purtroppo, uscire dalle pregiate pagine dell’album di famiglia. “Una donna straordinaria, la cui storia va ricordata – ha rilevato il sindaco di San Tammaro, Emiddio Cimmino, ascoltando l’eroica vicenda di cui si rese interprete -”. Figlia del tammarese, Giovanni Dello Nigro, custode del Real Sito durante l’era fascista e della capuana, Teresa Fogliani, Eva era una donna di grande carattere e simpatia ed è stata l’ultima bambina a nascere tra le mura settecentesche, il quattro ottobre del 1929. Crebbe nella fattoria borbonica mentre fuori imperversava il secondo conflitto mondiale e i continui raid aerei riversavano su Capua gli ordigni che ne decimarono la popolazione. Quando esplose il deposito di munizioni di Carditello, quella terribile mattina dell’11 ottobre 1944, Eva era poco più che adolescente e così ricordava quello sconvolgente accadimento. “I tedeschi erano accampati all’interno di palazzo reale – così chiamava il Real Sito di Carditello –. Uno di quelli, un giovane tenente molto alto, passava a prendermi ogni mattina per portarmi in aula a fare lezione, anche se io non ci volevo andare. Dopo il lavoro, la sera, mio padre si metteva davanti al camino ad aggiustare le scarpe o fare piccoli lavori di riparazione sugli attrezzi che usava. I soldati tedeschi venivano da noi e circondavano mio padre perché volevano gli insegnasse quel poco che sapeva del mestiere del ciabattino. Volevano imparare ad accomodare le scarpe; in quegli anni si aggiustava tutto fino a non poterne più”. Eva ricordava gli arazzi, i quadri, i mobili, gli enormi lampadari e persino i bagni antichi che si trovavano all’interno del corpo centrale del complesso settecentesco: “I tedeschi non hanno mai toccato nulla e fin tanto che c’erano loro – sosteneva convinta – tutto ciò che hanno trovato al loro arrivo, è rimasto al suo posto. I mobili, i tappeti, gli arazzi alle pareti, sono scomparsi a causa delle donne che gli americani portavano dentro. C’era anche un drappello di militari italiani comandato dal tenente Troianiello – ricordava, scavando nella sua memoria di adolescente – che mi regalava sempre le caramelle”. Che cosa ha fatto di Eva Dello Nigro, attrice della storia? I militari tedeschi si erano affezionati a quella giovinetta sorridente e battagliera che si era resa interprete di un altro singolare episodio: “I tedeschi costringevano i militari italiani a scaricare i camion di munizioni sotto il sole cocente, senza dargli nemmeno la possibilità di bere un sorso d’acqua, mentre loro guardavano. Quel pomeriggio – raccontava Eva sorridente – andai a prendere un secchio d’acqua fresca per portarlo a quei poveri soldati italiani, distrutti dalla fatica. I tedeschi mi fermarono dicendo che non potevo farlo ma io gli risposi: <<Perché tu puoi bere e loro, no? Devono bere anche loro>>. E così, mentre loro ridevano della mia impertinenza, i nostri connazionali ebbero modo di rifocillarsi almeno un poco”. La sera compresa tra il 8 e il 9 ottobre del ’44, il giovane tenente tedesco che le faceva da maestro, si fiondò nella casa illuminata da alcuni lumi a petrolio e gli disse: “Papà – così chiamavano, Giovanni Dello Nigro – tu devi portare via Eva da qui perché tra stanotte o domani al massimo, noi faremo saltare la polveriera. Mi raccomando di non dire niente a nessuno, perché altrimenti ci fucilano a tutti”.  Eva, curiosa com’era, nascondendosi dietro al tavolo, aveva assistito alla conversazione. A quella rivelazione, papà Giovanni, era rimasto impietrito e nei suoi occhi, rimasti a lungo a fissare il lume a petrolio che aveva davanti, si leggeva il terrore al solo pensiero di quello che sarebbe accaduto; lei, però, non perse tempo. Sgusciò di casa in silenzio, sfrecciando verso il posto di guardia italiano, chiedendo di parlare con quel tenente Troianiello, che le regalava sempre le caramelle: “Presto – disse – svegliate Troianiello; devo riferirgli una cosa importantissima”. Il fante di guardia cercò di farle che il superiore riposava, ormai, e che non poteva essere disturbato, ma vista la frenetica insistenza della ragazzina, informò della visita il suo ufficiale: “Troianiè – disse Eva senza prendere fiato – un soldato tedesco ha appena informato mio padre che tra domani e dopo faranno saltare in aria la polveriera. Lo hanno detto a mio padre e hanno anche detto che se lo viene a sapere qualcuno, ci fucilano”. Il tenente comprese immediatamente la gravità delle sue rivelazioni e allertò i suoi soldati, scrutando i movimenti dei tedeschi che, all’alba dell’undici ottobre, si allontanarono dalla tenuta reale senza avvisare gli italiani, con cui erano ancora legati da alleanza militare. Immediatamente dopo la partenza della colonna tedesca anche Eva, la sua famiglia e gli altri residenti in Carditello, abbandonò le loro case, dirigendosi verso sud. Lei non riuscì ad avvisare i contadini della zona, perché il padre non la fece allontanare mentre raggiungevano il rifugio di fortuna, scavato nella terra, temendo per la vita della figlioletta ma anche perché, forse, non le avrebbero creduto. Eva, purtroppo, non riuscì a salvare la vita ai tanti sciagurati che perirono sotto quell’infame attentato. La sua ‘soffiata’, però, fece salva la vita ai residenti di Carditello, ai militari italiani e a quanti incontravano lungo la strada verso il rifugio, ricavato nella masseria Quartone. Troianiello e i suoi, poco prima dell’esplosione, raggiunsero la masseria, dove si erano nascosti. Vollero ringraziare Eva e lasciare a loro tutte le vettovaglie che costituivano la riserva alimentare del manipolo italiano. Immediatamente dopo essersi spogliati delle divise e l’aver abbandonato il camion militare in un fossato, il tenente Troianiello e i suoi uomini si diressero verso quella che divenne la via verso la salvezza, grazie all’indomita impertinente, Eva Dello Nigro. Una piccola eroina, figlia di Carditello, cresciuta nel dolore di non essere riuscita a salvare tutti. Una storia mai raccontata prima, che deve entrare a pieno titolo nell’albo d’oro degli accadimenti del nostro territorio. Un frammento di guerra che ancora lacera le carni della nostra gente. Un esempio di virtù e coraggio, quello della piccola scugnizza che scorrazzava in bicicletta da un angolo all’altro di Carditello, da trasmettere alle nuove generazioni perché sappiano sempre dare, anche attraverso questi esempi straordinari, il giusto valore alla propria vita e, soprattutto, a quella degli altri, oggi più che mai. 

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