Augusto Di Meo attende ancora: dopo 22 anni non c'è ancora giustizia

Fece arrestare i killer di don Diana, fu costretto ad abbandonare la sua terra e recentemente è stato minacciato

Casal di Principe - di Tina Cioffo Sono 22 anni che aspetta di essere riconosciuto testimone di giustizia e forse ora, quell’attesa dovrà dirsi conclusa. Dopo l’interrogazione scritta dal deputato Arturo Scotto, il Governo, a distanza di un anno, ha dato la sua risposta. Augusto Di Meo non avrà lo status giuridico perché quando ha testimoniato contro Giuseppe Quadrano, assassino di don Giuseppe Diana ucciso dalla camorra Casalese il 19 marzo del 1994, la legge non era ancora entrata in vigore. E non basta. Per Di Meo i benefici di quella legge non possono scattare «perché- è scritto- non è in imminente pericolo di vita».

«Le misure di protezione sono state più volte prorogate e tuttora in atto fino ad essere state intensificate una prima volta, a decorrere dal novembre 1999, e più di recente, dal giugno scorso», si legge nella risposta del Governo all’interpellanza di Scotto. Ma non basta. Non basta essere stato diverse volte minacciato, aver scelto di continuare a vivere nel territorio che ha visto ammazzato non solo il sacerdote anticamorra ma anche tante vittime innocenti e non basta aver continuato a denunciare altre illegalità sempre mettendoci la faccia. Tre mesi fa, in piena notte, gli arrivò una telefonata minatoria. «Ti taglieremo la testa», gli dissero, ma neppure questo basta. Sull’accaduto della notte del 25 giugno, stanno indagando i carabinieri di Frignano e della compagnia di Casal di Principe.

 Dopo quella testimonianza Augusto Di Meo, temendo probabili ritorsioni, fu costretto a chiudere la sua attività di fotografo a Villa di Briano. Si recò in Umbria, a Spello, con la moglie e i due figli piccoli, dove tentò di trasferire la propria attività, ma senza successo. Dovette attingere a tutti i risparmi per poter continuare a svolgere l’attività anche dopo il trasferimento e mantenere la famiglia. In 22 anni la sua storia è stata rilanciata in diverse occasioni da associazioni, cittadini, mondo del volontariato come Libera ed il Comitato don Peppe Diana ma anche da magistrati e parlamentari. Se ne sono occupati Federico Cafiero De Raho, a capo della Procura di Reggio Calabria, Raffaele Cantone presidente dell’Anticorruzione, l’attuale capo della DNA Franco Roberti affermando senza mezzi termini: «Il testimone che ha contribuito alla cattura dell'assassino di don Peppe Diana deve avere l'adeguata protezione e il nostro sostegno». La Suprema Corte di Cassazione il 4 marzo del 2004 riconobbe come fondamentale il contributo di Di Meo. Il 16 dicembre del 2014 ha ricevuto anche l’investitura del titolo di Ufficiale della Repubblica, primo fra gli ordini nazionali assegnatogli dal capo dell’ordine e capo dello Stato, allora Giorgio Napolitano. Gli venne consegnato dall’allora prefetto di Caserta, Carmela Pagano. 

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